Oggi su la Repubblica l'archeologo italiano Salvatore Settis denucia il "turismo da Facebook", quello per il quale si va al Louvre solo per postare sui social il selfie al museo. Abbiamo chiesto a lui: perché andare al museo? Nell'articolo comparso su la Repubblica di oggi (30 luglio 2014), firmato da Salvatore Settis, l'archeologo e intellettuale conduce una disamina - in un testo ricchissimo di spunti di approfondimento - sul futuro dei musei nell'era del turismo mordi e fuggi (il 75 dei turisti che visitano Venezia si fermano meno di un giorno) e soprattutto della fruizione dell'arte via social network, secondo la quale la visita al museo si trasforma in una tappa per scattare selfie che certifichino on line la nostra "presenza rituale", piuttosto che una vera esperienza culturale. «Davanti alla Gioconda», scrive Settis, «il 20 dell'esperienza (diciamo) è quella del quadro nell'affollatissima sala del Louvre; ma l'80 ha luogo nello smartphone». Professor Settis, la vita vissuta attraverso le fotografie nell'epoca dei social ha aggiunto un nuovo scarto rispetto alla vita reale. Sembra che le persone facciano le cose solo per testimoniarle piuttosto che per viverle. Eppure, il racconto di una qualsiasi esperienza, anche artistica, anche storicamente è sempre stato connaturato ad ogni viaggio. Qual è la differenza con il passato? «La differenza è che un tempo davanti a un luogo o a un'opera d'arte l'abitudine era quella di disegnare, quindi un'abitudine che prevede la lentezza e l'osservazione dell'opera o del paesaggio. C'è ancora qualcuno che fa come gli antichi viaggiatori. Il Principe Carlo del Galles, che ho accompagnato in un recente viaggio in Toscana, per esempio, a Volterra in una giornata di pioggia si è fermato sotto un portico a fare uno schizzo. Spesso invece attraverso l'obiettivo di una macchina fotografica o di uno smartphone si rischia di non guardare. Non ho nessun pregiudizio contro la fotografia, Il problema nasce solo quando prende il posto degli occhi». Un altro problema è che i turisti seguono le mode del momento, sia in fatto di musei che di mostre «Si va sempre negli stessi posti, negli stessi 5 musei famosi, mentre piccole città ricchissime d'arte come Treviso e Lucca sono ignorate dai flussi turistici. Si tratta di reindirizzare le rotte turistiche, magari seguendo l'esempio del Louvre, che, come ho scritto nell'articolo su Repubblica, ha aperto un "secondo museo" nella città di Lens, mettendo in mostra parte della sua collezione in una città mineraria altrimenti depressa dal punto di vista turistico. Perché non mettere in mostra parte della collezione degli Uffizi nella periferia di Firenze, per esempio? Il problema non è semplice, ma è chiaro che al momento in Italia non c'è nessun tentativo di pensare alle soluzioni per il nostro futuro culturale». Il punto è che nessuno ci ha mai insegnato il valore dell'arte e a visitare i musei. Ci dica lei: perché dovremmo visitarli? «I musei si visitano perché si ricava un'immagine di quella che lo storico dell'arte Roberto Longhi definisce "l'altra lingua degli italiani": l'arte. I musei sono il nostro partimonio, sono di tutti noi e frequentarli permette di impadronirsi di un pezzo della propria anima, e accumulare energie da investire nel proprio futuro». Che cosa fa lei quando visita un museo? «Mi informo prima sulla collezione prima di andarci, e inizio dai pezzi che mi sembrano più interessanti. Non sto mai troppo, perché dopo circa due-tre ore la mia attenzione cala. Quindi preferisco semmai fare una pausa, una passeggiata, o andare a pranzo, e poi tornare». Cosa nota quando guarda un'opera d'arte? «Mi chiedo sempre come è stata fatta. Adotto un sistema di Reverse engineering. La "smonto" mentalmente per capire come l'artista l'abbia fatta e che cosa aveva in mente quando l'ha realizzata». Ci consiglia un museo da riscoprire? «Il museo di San Matteo a Pisa, un Museo Nazionale con nuove opere che si sono aggiunte alla sua collezione».