ROMA . Castelli, palazzi storici, ville e masserie, masi e tonnare, immobili che per la loro bellezza sono sottoposti a vincolo storico artistico: potrebbero attrarre turisti e produrre ricchezza e invece stanno cadendo a pezzi. L'Italia ne è piena, trarne un reddito a meno che non siano collocati in prestigiosi centri storici è difficile: va a finire che in molti casi la manutenzione langue, anche perché non incentivata. Il decreto «salva cultura» varato dal ministro Franceschini non prevede interventi a favore degli immobili vincolati di proprietà privata, «ma senza una politica fiscale che ne appoggi la salvaguardia, il patrimonio immobiliare e culturale rischia di sgretolarsi». E' questo l'appello che l'Adsi (Associazione dimore storiche) fa al governo Renzi: la crisi e la stretta data dall'esecutivo Monti nel 2011 per uscire dall'emergenza spread, hanno lasciato un segno anche sui muri dei palazzi antichi. Da allora, denuncia l'associazione grazie all'avvento dell'Imu e all'incremento dei moltiplicatori le tasse sulle dimore sono lievitate oltre il 600 per cento, con conseguente crollo degli investimenti destinati alla manutenzione. Fino al 2011, ai loro proprietari erano stati concessi abbattimenti sul calcolo dell'Irpef e della vecchia Ici, che erano calcolate sulla tariffa mimima catastale applicata nella zona di riferimento. Una sentenza della Corte Costituzionale (3462003), giustificava il regime di favore anche in relazione ai vincoli che i proprietari sono chiamati a rispettare (dall'obbligo di sottoporre qualsiasi progetto d'opera alla Sovrintendenza, a quello di sostenere le spese necessarie alla loro conservazione, al divieto d'uso non conforme). Vincoli che secondo l'Adsi spesso rendono l'immobile incompatibile con ogni forma di messa a reddito: «L'inosservanza specifica l'associazione comporta oltre ad un'ammenda fino a 77.460 euro, anche l'arresto fino ad un anno». Poi la crisi ha fatto saltare il patto: dopo aver calcolato che tali sgravi si traducevano in 23 milioni di mancato gettito, il decreto «SalvaItalia» fece piazza pulita delle agevolazioni, bloccando a data da destinarsi anche i fondi previsti dalla legislazione sui Beni culturali per finanziare i restauri. «Rappresentavano un volano per l'economia commenta Luciano Filippo Bracci, presidente dell'Adsi Marche non solo: visto che i finanziamenti, del 30 per cento circa, venivano erogati 3 o 4 anni dopo la fine dei lavori, lo Stato rientrava in anticipo di tali somme già con l'Iva e le altre imposte versate sulle stesse». I proprietari chiedono ora di rivedere quelle misure, che saranno rese ancora più pesanti viste le grandi superfici dei beni vincolati dall'arrivo della Tasi, Tarsi e dal nuovo catasto, tutte riferite ai metri quadri. «Senza interventi, la maggioranza degli edifici è destinata alla rovina precisa Bracci Quando parliamo di dimore storiche non dobbiamo sempre pensare alle ville e castelli affittati per i matrimoni di attori e calciatori. La gran parte è situata in piccoli centri e diversi proprietari che, basandosi sul precedente regime fiscale e sui finanziamenti statali, avevano acceso mutui per effettuare i restauri ora rischiano il dissesto». La tutela va aiutata, ammette il sottosegretario all'Economia Pier Paolo Baretta: «Vista l'ampiezza del patrimonio non possiamo permetterci una contrapposizione fra pubblico e privato». Al momento c'è una mezza promessa: «Il governo potrebbe decidere di non considerare i metri quadri come misura di riferimento per calcolare la tassa sui rifiuti e il catasto».