Nel nostro Paese non si fa nulla di serio contro l'impermeabilizzazione del terreno. Rispunta il silenzioassenso per tacitare i soprintendenti. Ancora una volta il Seveso è straripato a Milano, il centro della città è in difficoltà per una voragine di dodici metri, lo stesso corso di Porta Romana è chiuso. Mentre la Protezione civile richiama l'attenzione sui corsi d'acqua del VenetoNon siamo in novembre, però l'Italia va sott'acqua. Succede sempre più frequentemente e tuttavia non appare all'orizzonte quel piano da 40 miliardi - l'unica vera primaria "Grande Opera" - chiesto da tante parti per mettere in sicurezza (anche sismica) il Paese, evitando vittime e danni e dando tanto lavoro ovunque. Perché il Seveso e altri fiumi straripano? Perché la Lombardia - includendo Alpi e Prealpi - è riuscita a "impermeabilizzare" oltre il 10 per cento del territorio. Il doppio della Germania. Là una legge Merkel ha ridotto severamente il consumo di suolo. Lo stesso nel Regno Unito. Da noi non si fa quasi nulla di serio in proposito. Milano infatti viene subito dopo Napoli nella classifica dell'Ispra fra i Comuni più "impermeabilizzati, con livelli pazzeschi: 62,1 Napoli e 61,7 Milano. Seguite da Torino (54,8). Pescara (53,4), Monza, Bergamo e Brescia, fra 49 e 45. Il Comune di Roma non figura, pur con un consumo folle di suolo, legale e abusivo, perché 8-9 volte più vasto di quelli elencati. Comunque, fra i Comuni agricoli, è stato superato da Andria e Cerignola. Nel Milanese la falda idrica, molto ricca, è risalita per la chiusura di massa di fabbriche grandi consumatrici d'acqua, siderurgiche e tessili. Tanto da risultare ormai al livello della Linea 3 della metropolitana e delle cantine dei condominii più recenti. Ma nessuno si rassegna a costruire secondo le regole e le prescrizioni edilizie e urbanistiche. I condoni berlusconiani hanno agito da propellente per la illegalità, o il lassismo, edilizio di massa al grido "ciascuno è padrone a casa sua". Purtroppo i controlli qualificati e competenti non sembrano amati da nessuno in questo Paese. Da anni ormai - da quando era sindaco di Firenze - l'attuale premier polemizza instancabilmente con le Soprintendenze, in specie con quelle ai Beni architettonici, responsabili, a suo dire, di controlli troppo ostinati e quindi di ritardi burocratici insopportabili nell'urbanistica e nell'edilizia. Tant'è che in questi giorni si profila di nuovo, d'accordo coi sindaci (coi finanziamenti alla canna del gas), quel silenzioassenso dopo tot giorni sul quale tanto puntava Berlusconi. Contro il "potere monocratico" delle Soprintendenze. Ma possono essere altro i tutori tecnico-scientifici del patrimonio storico-artistico-paesaggistico, chiamati ad applicare l'articolo 9 della Costituzione e le leggi che ne discendono (a cominciare dal Codice per il paesaggio RutelliSettis)? Il restauro di un affresco o un intervento sul paesaggio non si decidono "a maggioranza", con un voto. Come non si decide in quel modo una diagnosi tumorale, un'operazione chirurgica o ingegneristica. Se la "politica" dovesse entrare anche in questi ambiti, potremmo davvero chiudere bottega. Ma v'è dell'altro. Se le Soprintendenze, in specie quelle ai Beni architettonici, non danno pareri veloci, ci sono cause su cui riflettere: a) si tratta di pratiche complesse che richiedono istruttorie non brevi; b) il numero delle pratiche da istruire e risolvere è molto elevato; c) gli architetti dipendenti dal MiBACT, e quindi non quelli delle sole Soprintendenze territoriali, sono in tutto 480, malpagati, per un Paese bellissimo (sempre meno in verità) e perciò vincolato per il 46,9 della superficie. C'è quindi 1 architetto ogni 290-300 Kmq. Oppure, se si preferisce, 1 architetto ogni 42 centri storici La responsabilità è quindi al 90 dei governi che hanno lasciato colpevolmente, forse scientemente, indebolire la rete della tutela che non è soltanto estetica, ma anche ambientale, e quindi idrogeologica, per cui torniamo a bomba, cioè a Seveso. Tutto si tiene in natura. Gli architetti presso la Soprintendenza per Lecce, Brindisi e Taranto sono la miseria di 7 in due sedi operative. A Napoli e Provincia risultano 18 ma dovrebbero "movimentare" all'anno 888 pratiche a testa, 4-5 per giorno lavorativo. In Abruzzo fra pratiche e procedimenti, con 24 architetti (ma solo dopo il sisma aquilano), si arriva anche a 500-600 l'anno e ognuno di questi può richiedere settimane e settimane di approfondimenti, verifiche, ecc. Perché si riflette così poco su questi dat strutturali? Chiedere una risposta in 60-90 giorni, altrimenti scatta il silenzioassenso, vuol dire infliggere altre ferite rovinose al Belpaese. Ma se quest'ultimo imbruttisce ancor di più, ne verrà colpito al cuore quel turismo sul quale tanto si punta. Non avremo dunque un doppio suicidio, culturale ed economico? Riflettiamo, tutti.
Ma nessuno ferma la cementificazione
In Italia, il problema dell'impermeabilizzazione del terreno è ancora non affrontato con serietà. Il fiume Seveso è straripato a Milano, causando difficoltà al centro della città. La Lombardia, che copre oltre il 10% del territorio, è stata in grado di "impermeabilizzare" oltre il 10% del suo territorio, il doppio della Germania. Milano e Napoli sono tra i Comuni più "impermeabilizzati", con livelli altissimi. La falda idrica a Milano è risalita a causa della chiusura di fabbriche grandi consumatrici d'acqua, siderurgiche e tessili.
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