Cornicioni e facciate di chiese e palazzi «fioriscono» ma è una serra pericolosa. E avvolge anche il Duomo Gli articoli non hanno dediche. Perché non sono libri e perché il giorno dopo, come diciamo per non prenderci troppo sul serio, finiscono a incartare il pesce. Contravvengo alla sensatissima regola perché questo articolo ha una dedica. Per Salvatore Giordano di anni 14, morto per una pietra caduta da un monumento di cui si fidava, come si fidava della sua città. Nel diciottesimo giorno della sua scomparsa, perché di fiori non vedrà che quelli sulla sua tomba. Se non fosse morto Salvatore nessuno si sarebbe preoccupato di transennare palazzi e monumenti fragili che si sfarinano con un colpo di vento. Se non fosse successo quello che è successo, forse non avremmo nemmeno alzato gli occhi al cielo e non avremmo visto né fotografato quello che abbiamo visto e fotografato, ovvero la lussureggiante foresta sui cornicioni di Napoli che fa della città un giardino pensile involontario. Ma avvelenato, come lo era La città involontaria di Anna Maria Ortese. L'itinerario è breve ma denso, un solo decumano, il maior con una puntatina all'Anticaglia (il superior ). Temevo di dover macinare chilometri a piedi, invece quello che cerco è già sotto i miei occhi, dopo pochi passi dallo start, la chiesa dei Girolamini. Naso all'insù e lo spettacolo è tutto botanico. La parte superiore della facciata disegnata da Ferdinando Fuga, con statue di Giuseppe Sammartino (quello del Cristo velato ) e Cosimo Fanzago, è un'esplosione di cespugli selvatici. Non solo la mite parietaria, ma quasi una siepe con qualche fiore viola che il sole ha bruciato. Il marmo bianco e il bardiglio sono forti, ma l'aggressione vegetale non è da meno. Natura contro cultura, decor , sicurezza, ma questa è una coltura. In direzione Castel Capuano, s'apre piazza Sisto Riario Sforza con la guglia di San Gennaro (dello stesso Fanzago). A testimoniare un conato di riqualificazione della zona se non altro perché vengono in migliaia a vedere il Caravaggio conservato al Pio Monte di Pietà ci sono un albergo e un paio di BB. Ma la verticalità dell'obelisco non riesce a nascondere la selva rigogliosa che invade lo scalone di piperno dell'ingresso secondario del Duomo. Clamoroso. Non una delle arciconfratenite degnissime, ma secondarie fotografate sul nostro cammino (sul sito corrieredelmezzogiorno.it, lunedì troverete una gallery con più di cento scatti «fioriti»), ma il Duomo di Napoli, la casa di San Gennaro. Liane dall'alto e un fico robusto che spunta dal muro (il quarto censito dopo i due di Santa Chiara e quello di San Gregorio Armeno), sono le cose migliori che possano capitare sotto i nostri occhi tutt'altro che indifferenti. Oltre il cancello serrato, attraverso il quale s'intravede il portale con arco gotico, vecchie grucce di plastica, lattine, stracci, melma. Più in là un uomo deforme, gambe incrociate, mostra la sua gobba nuda e chiede la carità. Siamo nelle Sette opere di Misericordia , non di fronte alla cappella che ospita l'opera di Merisi. L'unico motivo per cui questa piazza esiste da secoli, guglia compresa, è che qui s'apre l'ingresso del Duomo. E l'unico motivo per cui si prova imbarazzo a stare qui, ora, è che esista un ingresso del Duomo così combinato. Anche il lindore della cattedrale è un'operazione di facciata? Pare di sì. I mattoni del muro del complesso dell'arcidiocesi che dà su Sedil Capuano, sembrano vaschette di gelato devastate da un cucchiaio. E, a pochi passi, è fiorita anche la facciata di San Giuseppe dei Ruffi che fa sempre parte dell'arcidiocesi (qui avviene la vestizione del cardinale appena insediato). Largo proprio di Avellino: il Palazzo dove ha sede la Fondazione Morra Greco offre una certa simmetria nel giardino involontario che sembra quasi volontario tra rampicanti e parietaria. Non c'è quasi più speranza, invece, benché si tratti di una chiesa, a Santa Maria Vertecoeli, ancora bellissima nella sua obsolescenza, ma della serie la morte ti fa bella , con tanto di teschi nei frontoni. Qui la vegetazione è un po' da sottobosco, c'è anche una felce nell'umido che corrode le lesene. Nessuna transenna per ora, ma lo scricchiolio è quasi sonoro. A questo punto i ciuffetti verdi di Santa Sofia alle nostre spalle fanno quasi pianta ornamentale. Lesionata come un pandispagna venuto male, la facciata di un'arciconfraternita di fronte alla Chiesa di San Paolo Maggiore (nemmeno il nome è più leggibile) offre, a gittata dalle crepe, varie nuance di fiori, ginestre comprese, che se non sono scoraggiate dallo sterminator Vesevo , figuriamoci dall'ipotesi di una manutenzione. Giro su se stessi e di fronte svetta il campanile di San Lorenzo qua e là maculato di verde. Bouquet discreto se si paragona al campanile romanico della Pietrasanta (VI secolo d.C.) che offre al cielo una vera e propria serra. Port'Alba è un budello fertile. Generoso, l'arco regala verzura anche alla contigua statua del vanvitelliano Foro carolino (liceo Vittorio Emanuele). Chi ha detto che a Napoli manca il verde?