Non toccate ai bergamaschi lo sky-line di Città Alta. Il tormentone del Muro di via Autostrada ne fu buon esempio. Il palazzo che oscurava (e in parte oscura ancora) il celebrato profilo suscitò una mezza rivolta popolare, sebbene con esiti un po' deludenti. Quanto di più lontano dalla lungimiranza degli amministratori pubblici degli anni Venti. Nel bando di concorso sul cuore della Bergamo bassa, edificata da Marcello Piacentini, s'imponeva la regola che «l'altezza degli edifici non deve impedire la vista di Città Alta». Un'imperdibile vista che appaga e che si paga, decisiva com'è nel determinare al rialzo la quotazione degli immobili. Insomma, un grande patrimonio artistico, anche e soprattutto quando è osservato da lontano. Sì, ma da vicino? Da vicino abbiamo scoperto in settimana che uno dei suoi connotati più prestigiosi, la monumentale cinta delle Mura Venete, è ridotto in uno stato pietoso. Ci crescono perfino le piante di fico, che si sono fatte spazio tra una pietra e l'altra. Una razza strana, i bergamaschi. Così gelosi e orgogliosi delle nostre ricchezze-simbolo, al punto da scivolare a volte in barbosa retorica autocelebrativa, così presbiti e distratti da dimenticarci di fare la manutenzione delle Mura Venete dal 2009. Cioè da oltre cinque anni. Da non credere, vero? I soldi erano finiti, ha provato a obiettare qualcuno. Prego? Non scherziamo, per favore. In regime di risorse scarse, si definisce, come si dice, una scala delle priorità. E le Mura Venete stanno in cima. A meno che non si voglia scadere nel ridicolo: candidarle da una parte a diventare patrimonio dell'Unesco e permettere d'altra che ci crescano i baobab, minandone la stabilità. E se anche i soldi pubblici scarseggiano, secondo voi è davvero così difficile trovare uno sponsor privato che ci metta la firma? Bastano e avanzano le scuole basse di marketing per capire che le Mura hanno un «brand» forte e un ritorno d'immagine fortissimo. Quando nel pensatoio della Capitale della Cultura fu coniato lo slogan «Bergamo oltre le Mura», più felice dell'esito finale della gara, s'intendeva giustamente dire che la città deve proporre i suoi gioielli aprendosi al mondo, non che deve lasciarseli alle spalle coperti dai rovi. Ma c'è di più. Nell'ambito del federalismo demaniale, che in verità somiglia più al gioco delle tre tavolette tra istituzioni, al Comune è stata offerta l'opportunità di diventare proprietario delle Mura. Sorpresa generale: perché, non erano già del Comune? No, erano appunto del Demanio, che le vuole cedere a titolo gratuito con il vincolo di realizzare un progetto che le valorizzi. Meglio di così... L'assessore Valesini prima e il sindaco Gori poi si sono detti «interessati». Ma con una certa circospezione. La proposta ha un grande valore simbolico, però bisogna approfondire, discutere, valutare i costi accessori. A noi pare una prudenza eccessiva. Tanto più per una giunta così smaniosa di dare un segno di cambiamento. Ci «regalano» le Mura? Beh, l'offerta è storica e irresistibile. Fuori un po' di decisionismo e sano orgoglio bergamasco: diciamo un bel sì «a prescindere». Chissà, magari è l'occasione buona per smettere di guardare da lontano, estasiati, allo sky-line di Città Alta. E cominciare a prendercene cura.
Bergamo. Le mura e l'orgoglio
La città di Bergamo è stata criticata per la mancanza di cura delle Mura Venete, che sono state lasciate in uno stato di degrado per oltre cinque anni. La città ha offerto l'opportunità di diventare proprietaria delle Mura, ma con un vincolo di realizzare un progetto che le valorizzi. L'assessore e il sindaco hanno espresso interesse, ma con cautela. La città è stata criticata per la sua mancanza di decisionismo e per aver lasciato che le Mura si deteriorino. La città ha un grande patrimonio artistico, ma è necessario prendersene cura. La città ha offerto un'opportunità di diventare proprietaria delle Mura, ma è necessario approfondire e discutere i costi e i progetti.
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