11 febbraio '68: esce la prima copia del Corriere della Sera firmata da Giovanni Spadolini. Oggi, a 42 anni e 8 direttori di distanza, Ferruccio de Bortoli riceve il Premio per la Cultura politica che porta il suo nome ore 17.30, Castello Pasquini di Castiglioncello. Vent'anni fa veniva a mancare lo storico, giornalista e politico repubblicano fiorentino. Quaranta anni fa Spadolini scioglieva uno dei nodi storici della sua vita politica, tornato da qualche settimana al centro del dibattito italiano: la creazione del Ministero dei Beni Culturali. Un ministero che oggi sta per essere radicalmente rivoluzionato da Franceschini, Renzi permettendo. Di quella stagione e del ruolo che vi svolse Giovanni Spadolini parliamo con Valdo Spini, protagonista della politica di quegli anni. Maggio 1994: Berlusconi (ma i contrasti non sembrano mancare) è al governo da una manciata di giorni, Spadolini non è più presidente del Senato per un pugno di voti. La malattia lo sta consumando: morirà il 4 agosto. Ha lo sguardo triste quella sera, al tavolo del Premio Latini, a Firenze. «Non importa cosa sia uscito dall'urna disse Spini alla consegna del riconoscimento per noi Spadolini continua a essere il presidente morale del Senato». Lui arrossì. «Lo vidi commosso aggiunge Spini Forse è morto appena in tempo per non vedere tante brutte cose». Ancora un salto all'indietro, altri 20 anni. È il '74: Presidente del Consiglio, per la quarta volta, è Aldo Moro che aveva capito prima di molti altri che non c'è politica senza cultura e non c'è cultura senza politica. Parole, queste, che invierà, di suo pugno, a Spadolini. Lui, lo storico, il repubblicano, le mette in pratica: in un solo mese fonda con decreto legge il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, scorporando quelle che allora si chiamavano "Belle Arti" dalla Pubblica Istruzione. «Siamo stati a stretto contatto quando lui era Presidente del Consiglio e io segretario del Psi, a partire dal 1980 dice Spini e fu allora che mi disse con orgoglio di essere stato il primo dai tempi di Ricasoli a creare un ministero per decreto». Fu una rivoluzione. All'inizio non capita, anzi osteggiata. Sbeffeggiata anche, come dimostrano le «alucce» disegnate sul suo corpo da Mino Maccari quando prese letteralmente il volo, in elicottero e in tutta fretta, per andare ad Urbino dove erano stati trafugati preziosi dipinti. Operava in perenne equilibrio: «Craxi era geloso della sua popolarità, lo considerava un "intermezzo" tra i democristiani e il suo imminente avvento, ricordo che alle riunioni dello Psi Spadolini non cercava mai gli occhi di Craxi e Martelli ma i miei, per trovare comprensione». Si ispirò a Carlo Ludovico Ragghianti che nel giugno '45 fu incaricato dal governo Parri di assumere la delega alle «Belle Arti». «È curioso constatare prosegue Spini come sia in Italia che in Francia entrambi i capi della Resistenza, una volta al governo, chiesero a uno scrittore di rivestire la medesima carica». De Gaulle nel 1959 scelse Malraux mentre Parri, il «presidente galantuomo» secondo una celebre definizione di Montanelli, designò Ragghianti. «Spadolini ha avuto una grande intuizione. Ma un'intuizione è rimasta: non è mai stato valorizzato né ben finanziato questo ministero» sostiene Spini. «Sapeva che la cultura avrebbe potuto essere qualcosa di più di un fiore all'occhiello, ma un fattore trainante di valorizzazione del Paese». Usa il condizionale al passato, Spini: «Avrebbe potuto». Rimpianti. «Segnali positivi ce ne sono stati, come Veltroni e Rutelli che, da vice-premier, scelsero di tenere la delega alla cultura». Ma il salto di qualità che Spadolini sognava «non c'è mai stato: avrebbe voluto fare della cultura un elemento strutturale della vita politica, sviluppandone le energie». Invece «siamo arrivati a dire che con la cultura non si mangia, come fece Tremonti; e abbiamo vissuto 20 anni di corsa al nuovismo che Spadolini, con il suo profondo senso storico, non avrebbe accettato». Soprattutto: «Spadolini guardava alla Francia, dove il ministero della cultura è sempre stato dato a personalità di spicco, mentre a Roma è stato spesso usato come contentino nella spartizione da manuale Cencelli». Il 25 e 26 settembre a Torino si riunirà l'Associazione delle Istituzioni Culturali Italiane di cui Valdo Spini è presidente. «Nella stessa sede, il giorno prima, si terrà l'incontro dei ministri della cultura europei: incontreremo Franceschini e gli chiederemo di operare un segnale forte sia nel senso dei fondi pubblici sia nella promozione del mecenatismo». Il dicastero Franceschini è il primo che, dopo molti anni di dibattito, sta portando avanti la defiscalizzazione del contributo privato alla cultura. «La sua riforma, in questo senso, è un grande passo avanti, anche se non credo che Spadolini avrebbe approvato la spinta in senso manageriale: ripeteva che dovevamo servire i beni culturali, non servirsi di essi. Penso che se oggi fosse qui direbbe a Franceschini di stare attento a questo aspetto». Chissà cosa penserebbe Spadolini, dopo 20 anni che hanno «segnato la fine della cultura del ventesimo secolo e l'incertezza di quale sia quella propria del ventunesimo conclude Spini Se Spadolini nascesse oggi, arriverebbe a ricoprire il ruolo fondamentale che gli è stato proprio nella Prima Repubblica? Allora c'era un rispetto per le radici su cui un ipotetico Spadolini di oggi, forse, non potrebbe più contare». Ma su una cosa Spini è sicuro: «Oggi, il ministero creato da Spadolini è tornato dopo tanto tempo finalmente al centro dell'attenzione. Questo gli avrebbe fatto piacere».
Spadolini. I Beni Culturali? Nacquero con lui 40 anni fa, in un mese. Fu una rivoluzione
Il 11 febbraio 1968, Giovanni Spadolini, un giornalista e politico repubblicano, diventa direttore del Corriere della Sera. Vent'anni dopo, nel 1994, Spadolini non è più presidente del Senato, ma continua a essere il presidente morale del Senato. Nel 1974, Aldo Moro fonda il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, creando un ministero per decreto legge. Valdo Spini, segretario del Psi, racconta le storie di Spadolini e del ministero, che è stato valorizzato e poi degradato. Oggi, il ministero è tornato al centro dell'attenzione, e Spini pensa che Spadolini sarebbe stato felice.
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