«PERCHÉ la Galleria Estense di Modena, secondo la "rivoluzione" che riorganizza il Ministero dei Beni culturali, dovrebbe avere un ruolo primario in Emilia Romagna rispetto agli altri musei statali? La spending review che taglia 37 dirigenti implica poi un ritorno di finanziamenti per i restauri? E va bene prevedere la direzione dei musei da parte di professionisti stranieri, ma siamo sicuri che accettino di lavorare con uno stipendio pari a quello attuale dei soprintendenti? E con gli stessi mezzi e vincoli?». Parla da storico dell'arte, Luigi Ficacci, attuale soprintendente alle Belle Arti di Bologna, interrogandosi sul futuro degli uffici che tutelano e governano i tesori d'arte, oggetto di una riorganizzazione voluta dal ministro Franceschini con un decreto che dovrà essere approvato dal Consiglio dei Ministri. Una riforma che, tra le altre cose, accorperà le soprintendenze ai beni storici e artistici con quelle per i beni architettonici; che trasformerà le direzioni regionali in segretariati regionali; che creerà in ogni Regione i poli museali regionali conferendo allo stesso tempo a 20 musei la qualifica di ufficio dirigenziale essendo di rilevanza nazionale. E tra questi, appunto, è inclusa la Galleria Estense di Modena, collocata fuori dal Polo regionale e che avrà un direttore di seconda fascia. «Non voglio essere visto conon me un reazionario, perché nella riforma ci sono anche cose interessanti - prosegue Ficacci - ma da storico dell'arte posso fare alcuni ragionamenti. Credo che la Pinacoteca di Bologna, quella di Parma e quella di Ferrara siano altrettanto importanti, se più, dell'attuale Galleria di Modena, ma è diverso se un direttore deve gestire un solo museo o sei-sette siti di grande rilevanza. O forse il Ministero sa di potere ricomprare dalla Galleria di Dresda le opere appartenenti alla collezione estense e riportarle a Modena? Chissà». Le cririche ragionamenti di Ficacci sono anche di natura gestionale, proprio perchè la riforma intende snellire l'amministrazione periferica, valorizzando i musei e integrando cultura e turismo: «Non vedo come e perché da questo decreto la Pinacoteca di Bologna possa recuperare autonomia gestionale o i fondi ministeriali di un tempo. Separata dalla tutela delle chiese della città, da cui provengono le sue opere, vedo piuttosto una sua ulteriore retrocessione a museo di serie C rispetto ai pochi musei italiani di serie A cui potrebbero ambire esterni e stranieri. E con che selezione poi? Certamente allo Stato costano meno i suoi direttori interni, vincitori di concorso». Altro snodo della riforma è la trasformazione delle Direzione regionali in uffici di coordinamento amministrativo. «E' vero che con l'organizzazione attuale si possono verificare delle sovrapposizioni tra Direzione e soprintendenze - conclude Ficacci - mentre questa riorganizzazione distingue e rende autonome le competenze tecnicoscientifiche delle soprintendenze, ma bisognerà poi vedere come si eserciterà questo coordinamento amministrativo. Invece mi preoccupa molto un'idea equivoca di turismo come sfruttamento del bene e non come industria culturale in grado di attivare una economia della conservazione del patrimonio artistico e paesaggistico».