Quasi un terzo dei versetti del Corano racconta storie di patriarchi e profeti della Bibbia, dall'Antico al Nuovo Testamento. Rappresentano gli ideali precursori della missione profetica di Maometto, riprendendo tradizioni ebraiche e cristiane e rileggendole in chiave islamica. Adamo, Abramo, Mosè, Gesù sono evocati in numerosi passi, con altri profeti che il Corano si limita a menzionare. Giona fa parte di questi ultimi, e sebbene siano pochi i versetti a lui dedicati, il suo nome dà il titolo all'intera decima sura. La sua tomba a Mosul, in Iraq, è stata distrutta dagli estremisti islamici. Sulla base di tali citazioni, in tutto il mondo islamico sono presenti numerose tombe di profeti biblici. Spesso vi sono più tombe in luoghi diversi per la stessa figura, il cui ricordo e le cui spoglie sono contese tra località a volte lontanissime, dal Marocco all'Asia Centrale. Ospitarne una era del resto motivo di orgoglio per una città, un villaggio, e rappresentava occasione di buon auspicio per tutta la comunità che vi abitava. Si tratta spesso di tombe semplici, raramente sono stati costruiti per i profeti mausolei monumentali. Tali tombe sono diventate nei secoli meta di pellegrinaggi, luoghi dove i devoti musulmani si sono recati, per voto, seguendo pratiche popolari diverse da regione a regione. Queste tradizioni sono sopravvissute e sono state tollerate per secoli, con qualche rara contestazione. Solo gli ulema ne hanno sporadicamente denunciato il carattere superstizioso, non senza una certa gelosia per la fortuna di cui questi luoghi godevano, pari a quella di alcuni luoghi di sepoltura di eminenti musulmani. In tempi più recenti l'opposizione e gli attacchi alle tombe dei profeti si sono fatti più aspri. Radicali e salafiti, e più ancora i jihadisti, ne contestano persino la legittimità. Lo affermano in base al principio tradizionale, già esplicito nel Corano, che culto e devozione spettano solo a Dio e non agli uomini, nemmeno al profeta. Le forme di devozione presso tali tombe sono quindi considerate atti eretici, addirittura da miscredenti. Questo stesso principio fu abbracciato dai Wahhabiti quando fecero la loro comparsa nelle penisola araba nel diciottesimo secolo. Uno dei loro primi atti fu distruggere le costruzioni monumentali che sorgevano sulla tomba di Maometto a Medina. La medesima intransigenza iconoclastica ispira oggi le frange più estremiste. La distruzione della tomba di Giona a Mosul è simile a quella dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan di qualche anno fa. Le ragioni religiose alla base di tali atti sono le stesse, e nulla hanno a che vedere con la figura del profeta a cui tale tomba era dedicata. Il fine è quello di attaccare e possibilmente cancellare tradizioni locali e pratiche di un culto popolare che allontanerebbe i fedeli da un ideale tradizionale, che per i jihadisti deve essere uguale per tutti i musulmani. In questa vicenda l'Isis ricorda modalità proprie del regime talebano. E lo ricorda anche per la spasmodica ricerca di atti eclatanti da mostrare a tutto il mondo.