Una rivoluzione incombe sui beni culturali. Questa la diffusa definizione, che rimbalza pressoché su tutti gli organi di informazione, del procedimento in corso che porterà a breve all'approvazione del dpcm di riorganizzazione del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo. Il motivo ispiratore, oltre ai vincoli derivanti dalla spending review anche in termini di riduzione dei centri di costo e di converso delle figure dirigenziali, è stato improntato, come ha spiegato il ministro franceschini, su un differente rapporto relazionale fra tutela e valorizzazione. Ad esso si aggiunge «la mancata integrazione» fra cultura e turismo. Di recente, invero, il ministero ha assorbito anche le funzioni del turismo così che è risultato inderogabile definire in termini compiuti un sistema culturale che sapesse tenere insieme la tutela con la fruizione e la valorizzazione così da espandere, in termini esponenziali, la platea dei fruitori. Sempre meno, i luoghi della cultura, "torri eburnee" sempre più strumenti di valorizzazione e sviluppo del sistema territoriale di riferimento. Certo il Dpcm in gestazione prende atto di una modificazione, almeno politica, già avvenuta. Nel 2001 la modifica del Titolo V della Costituzione poneva al centro delle dinamiche istituzionali, in termini generali e specifici, le Regioni. Da lì la trasformazione delle soprintendenze regionali del 1999, rette da dirigenti di seconda fascia, poi con funzione sovraordinata, in Direzioni generali regionali. La crisi di tali nuclei istituzionali, che, nei fatti, si sono sovrapposti alle Soprintendenze settoriali preposte agli interventi di tutela, ha indotto l'esecutivo a rivederne articolazione e qualificazione: ritornano ad esservi preposti dirigenti di II fascia con funzioni di coordinamento prevalentemente amministrativo. Un sintomo non secondario del diverso rapporto fra Stato e Regioni che si è andato definendo nel corso degli ultimi anni e che presuppone, a breve, una ulteriore modifica del Titolo V in termini di sottolineatura dell'equilibrio "centrale" seppure nel rispetto delle autonomie territoriali. Tale accentuazione della "centralità" di funzioni ha dato vita nel provvedimento a un incremento del numero delle direzioni generali, seppure con significative novità: la direzione generale "educazione e ricerca" e quella "arte e architettura contemporanee e periferie urbane". Quest'ultima costituisce un segno forte di attenzione per la contemporaneità in un Paese che non può limitarsi alla sola riproposizione dei caratteri del Bel Paese. La prima potrebbe essere un elemento di innovazione e di piena interazione fra i luoghi della cultura e le istituzioni dell'istruzione, in particolare il mondo universitario: un rapporto dinamico e integrato e non, come spesso accade, di mero utilizzo. Infine, la direzione "musei" che delinea un nuovo sistema museale che, con coraggio, affronta la diversa articolazione delle soprintendenze e dei musei: alcuni "grandi musei" e un sistema museale diffuso a livello regionale. L'articolato normativo, in itinere, introduce un ulteriore aspetto di interesse e di significativa potenzialità, se reso efficace: in alcuni settori, ad esempio la formazione del personale, si introducono elementi di trasversalità settoriale nell'intento di superare gli steccati, retaggio di antiche differenziazioni, fra i vari beni culturali. La scommessa più intrigante e forse la più difficile. Anche il settore degli Archivi di Stato risulta fortemente interessato dalla "rivoluzione" in essere. Lo è certamente in termini di numeri di dirigenti; lo è assai meno in termini di effettiva definizione dell'articolazione. Occorrerà conoscere, in Italia ed in Sicilia, il nuovo sistema delle Province per poterne sapere di più. Il territorio di riferimento: era questo, nel lontano 1963, lo spirito della "legge archivistica" che definiva la presenza in ogni Provincia di un Archivio di Stato: dal che alla individuazione di nuove Province - alcuni lustri fa era uno sport istituzionale assai diffuso - si doveva prevedere l'istituzione dell'Archivio "provinciale". Il nuovo testo, nel qualificarli quali organi periferici dello Stato, non ne indica il numero generale né fa riferimento al rapporto dell'Archivio di Stato con il territorio. Il riferimento è presente al contrario per i «diciannove Archivi di Stato aventi sede nelle città capoluogo di Regione» in quanto «costituiscono uffici di livello dirigenziale non generale e coordinano gli archivi di Stato di livello non dirigenziale operanti nella Regione». Ed ancora: i suddetti direttori «svolgono altresì la funzione di soprintendente archivistico». È il superamento, di fatto, dell'attuale distinzione tra archivi di Stato e soprintendenze archivistiche (istituite nel 1939), fondata sul diverso profilo giuridico dei soggetti produttori eo possessori degli archivi. Ai primi la tutela e la conservazione del patrimonio documentario statale; alle seconde la tutela del patrimonio documentario non statale. Tale distinzione appare superata, in termini efficaci, dal più generale e onnicomprensivo concetto di tutela introdotto dal vigente Codice dei beni culturali. Non più Statonon Stato quanto "patrimonio documentario", nelle accezioni più ampie e complesse esistenti. Una preoccupazione in termini di efficacia sussiste. Non si è tenuto conto della specificità e della valenza di alcuni grandi archivi. In considerazione della complessità della loro gestione, risulterebbe più funzionale derogare, per alcune limitate realtà regionali, al vincolo della coincidenza fra archivio e sovrintendenza così da mantenere l'autonomia funzionale di alcuni archivi, e definire nel contempo un Istituto archivistico regionale che, coordinando gli altri archivi non dirigenziali, garantisca la unicità della funzione di tutela del patrimonio documentario. Vale la pena rimarcare come si tratti, di massima, dello stesso modello introdotto dal provvedimento per i musei. La riorganizzazione sia una 'rivoluzione' funzionale e non un semplice, e drastico, taglio di posizioni dirigenziali. 25072014
SICILIA - Verso un sistema che coniughi tutela, fruizione, valorizzazione
Il governo sta per approvare un dpcm che riorganizza il ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo. Il motivo è la necessità di ridurre i costi e le figure dirigenziali. Il ministro franceschini ha spiegato che il nuovo rapporto tra tutela e valorizzazione dei beni culturali è diverso. Inoltre, la mancata integrazione tra cultura e turismo è stata risolta assorbendo le funzioni del turismo nel ministero. Il dpcm introduce un nuovo sistema culturale che tenga insieme la tutela e la valorizzazione. I luoghi della cultura saranno "torri eburnee" per valorizzare e sviluppare il sistema territoriale.
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Bene culturale
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