Una giovane studiosa analizza gli archivi della Soprintendenza E individua affreschi e mosaici accanto alla chiesa Quo Vadis LA POLVERE con cui si è sporcata le mani Rachele Dubbini non era quella dello scavo stratigrafico. Ma la polvere delle scartoffie. È stato passando al setaccio le foto di cantiere conservate negli archivi della Soprintendenza statale che la giovane archeologa di Ancona si è ritrovata tra le mani un tempio sconosciuto. È un rarissimo edifico probabilmente del terzo secolo avanti Cristo sepolto accanto a Quo Vadis Domine. Venne alla luce nel 1970 durante lavori alle condotte di un concessionario auto che, e siamo nel parco dell'Appia Antica, si trova accanto alla celebre chiesa. Ma il ritrovamento fu subito rinterrato senza che gli archeologi della Soprintendenza di allora si prendessero la cura di misurare, fotografare, schedare il monumento di 2300 anni fa. E lì sotto il tempio ancora giace. «Ho fatto un salto sulla sedia quando mi è finita tra le mani la prima foto racconta l'archeologa di Roma Tre . In quello scatto ingiallito, mischiato a molti altri, si vedeva chiaramente una teca con quattro lastroni, una sorta di cassetta delle offerte. E poi da un'altra foto è venuto fuori il frammento di parete affrescata, un lacerto di mosaico pavimentale. Insomma, tutto fa pensare a un santuario come quelli greci a doppia cella, rarissimo in Italia. Anche il mio professore, Daniele Manacorda, ha convalidato questa ipotesi ricostruttiva. Certo, ora bisognerebbe scavare per saperne di più. .. « La ricerca di Dubbini tra le decine di faldoni della Soprintendenza risalenti a quando, diversamente da oggi, le campagne di scavo preventivo erano fatte di fretta e con poca cura è finanziata da una borsa di studio estera. Chiedere all'istituzione straniera di pagare gli scavi è impossibile. Né avrebbe senso, anche qualora le esangui casse pubbliche trovassero qualche fondo per aprire una campagna di lavori, riportare alla luce qualcosa che poi non si avrebbe la forza di conservare e musealizzare. «Eppure servirebbe dice Rita Paris, responsabile dell'Appia Antica per la Soprintendenza, partner di questa ricerca di "archeologia in archivio" perché siamo nel tratto urbano ma già nel cuore della Regina Viarum, nell'area più frequentata dai turisti, all'inizio insomma di quel parco dell'Appia Antica che dovrebbe essere un "parco archeologico"». Le benne che 44 anni fa scavarono l'area non usarono i guanti. «Temo che abbiano rovinato questo straordinario tempio ammette Dubbini La doppia cella dell'edificio sacro dalla rara tipologia significa, peraltro, che una coppia di divinità proteggeva il luogo». Storia del culto e dell'arte si incrociano in questa ricerca virtuale tra le foto di scavo. «E considerate che il muro affrescato che si è conservato arriva a un metro e venti, una misura eccezionale per noi archeologi ». Lo scavo con pala e pennello però, per adesso, deve attendere. Il terreno delle foto d'archeologia è invece di più facile accesso. E ancora tutto da arare.