LE SOPRINTENDENZEs i dedichino alla tutela. I musei hanno bisogno di essere guidati da persone che sappiano soprattutto di gestione: non manager, ma studiosi che abbiano una spiccata professionalità, appunto, gestionale. È questa, ridotta in pillole, la filosofia alla base del riordino che Dario Franceschini vuole dare al suo ministero. E per cominciare ecco la lista dei 20 fra musei e siti archeologici che verranno retti non più, come adesso, da funzionari o da direttori provenienti dalle soprintendenze, ma da un personale reclutato, sulla base di "procedure di evidenza pubblica", da commissioni formate da personale interno ed esterno al ministero. La lista è stata diffusa ieri, ma non mancano le incertezze. C'è il Colosseo, ovviamente, ma poi c'è "l'area archeologica di Roma", che non è chiaro cosa comprenda, se arriva fino a Ostia, per esempio, o se si limiti alla zona centrale i Fori, il Palatino, la Domus Aurea.... Ci sono, raggruppate, Pompei, Ercolano e Stabia, i cui scavi, però, hanno tre direzioni diverse: ci si riferisce a tutte e tre? E se le aree archeologiche vengono sganciate dalla soprintendenza, a quest'ultima che cosa resta? Intanto, spiega Franceschini, per l'area vesuviana si procederà solo quando sarà ultimato il Grande Progetto Pompei (gli interventi finanziati dai 105 milioni europei). Ma è evidente che bisognerà attendere la stesura del decreto per sciogliere le ambiguità (il decreto dovrebbe andare in Consiglio dei ministri entro fine mese). Minori ambiguità, almeno in apparenza, per gli altri siti: Uffizi, Brera, Reggia di Caserta, Gallerie dell'Accademia di Venezia, Capodimonte, Galleria nazionale d'arte moderna di Roma, Galleria Borghese. In queste sedi, al posto degli attuali direttori, andrà un dirigente di prima fascia, equiparabile anche per compenso a un direttore generale. Al Museo Nazionale romano (diviso in quattro strutture, Palazzo Massimo, Palazzo Altemps, Crypta Balbi e Terme di Diocleziano, ognuna con un suo direttore), all'archeologico di Taranto, di Napoli, di Reggio Calabria, a Paestum, alla Galleria dell'Accademia di Firenze, a Palazzo Barberini, alla Galleria Estense di Modena, alla Galleria Sabauda di Torino, al Palazzo Reale di Genova e al Bargello sarà destinato un dirigente di seconda fascia, assimilabile a un soprintendente. Questi siti, spiega il ministro, non sono stati scelti solo perché più visitati. Per questo, certamente, ma anche per l'importanza della loro collezione. E perché, aggiunge facendo il caso di Capodimonte, potrebbero essere visitati ancor di più. «La nostra vuol essere una rivoluzione, non un ritocco», insiste il ministro, che dice di aspettarsi «una grande rotazione alla guida di musei e siti archeologici, che eviti l'impigrimento ». Franceschini se la prende poi con le resistenze che il suo progetto incontra soprattutto fra i soprintendenti storico-artistici (i loro uffici saranno accorpati con quelli di architettura e paesaggio). E, in generale, in molti settori della tutela. «È una resistenza protettiva », dice. Le ragioni del malessere vengono espresse con forza, ma in maniera anonima. Molti dirigenti archeologi, per esempio, spiegano che separare un museo dalla rispettiva soprintendenza vada contro la logica che presiede alla fondazione di quel tipo di museo, che è continuamente alimentato da reperti provenienti da scavi condotti in quel territorio sotto la guida della soprintendenza. Diversa è la condizione di musei in altri paesi, frutto di acquisti o del collezionismo. D'altronde, insistono in molti, il modello italiano è molto apprezzato proprio all'estero per le sue specificità. E lo stesso vale per i direttori di tanti musei italiani. E non è certo a causa di quel modello, si sente dire da molte parti, se i beni culturali in Italia sono in stato di gravissima sofferenza. Dal 2001 in poi si è solo tagliato. Nel 2008 il bilancio del ministero era dello 0,28 per cento su quello complessivo dello Stato, nel 2014 dello 0,19. Un altro punto desta molta preoccupazione. Il diverso ruolo che assumeranno le direzioni regionali che diventeranno segretariati regionali, retti da un dirigente amministrativo di seconda e non più di prima fascia avrà riflessi sulla redazione, insieme alle Regioni, dei piani paesaggistici, uno degli strumenti fondamentali per una tutela del territorio fatta non solo con i vincoli, ma, appunto, con una pianificazione degli interventi? Il ministro Franceschini assicura che nulla cambierà. Ma molti, fra gli ambientalisti, temono che questa norma, insieme a quella che istituisce commissioni per valutare i pareri dei soprintendenti, sia davvero molto rischiosa per il paesaggio.