Ma solo i paletti che verranno fissati per i concorsi chiariranno se stiamo aprendo ai direttori di altri musei in Europa e nel mondo o a qualche politico dismesso Per farsi un giudizio completo e articolato della riforma del Ministero per i Beni culturali presentata da Dario Franceschini bisognerà aspettare di poter leggere l'articolato, perché solo i dettagli chiariranno la quale sia davvero la direzione imboccata. Facciamo un esempio: rendere autonomi alcuni grandi musei, e far sì che la loro direzione sia contendibile anche da esterni al Ministero è di per sé una buona cosa. Ma solo i paletti che verranno fissati per la partecipazione ai concorsi chiariranno se stiamo aprendo ai direttori di altri musei in Europa e nel mondo e a illustri storici dell'arte universitari, o se invece rischiamo di trovarci a Capodimonte un politico dismesso, un giornalista a fine carriera o un manager in disarmo (e nessuno di questi esempi sarebbe senza precedenti). Ma cosa cambierà in Campania? Moltissimo, si direbbe: direi più che in tutto il resto d'Italia. La Direzione regionale sarà degradata ad un semplice segretariato con compiti amministrativi, e l'eventuale personale tecnico rifluirà nelle soprintendenze. A loro volta, queste ultime cambieranno faccia: quelle architettoniche e quelle storico-artistiche si fonderanno in una sola. Per capirsi: a Napoli questo accadrà con la struttura guidata da Giorgio Cozzolino e con quella guidata da Fabrizio Vona. Sarà quest'ultima a subire il terremoto più forte, perché il Polo Museale di fatto sarà dismesso: Capodimonte diventerà autonomo e la sua direzione sarà messa a bando, mentre gli altri musei napoletani saranno coordinati (con tutti gli altri della Campania) in un polo regionale guidato da un altro dirigente. Su Caserta il Mibact fa un passo indietro: ridiventa autonoma, e addirittura come sede dirigenziale di prima fascia. E qui l'auspicio è che Franceschini ascolti quanti, nei giorni scorsi, gli avevano suggerito di non isolare la Reggia, ma di creare un distretto di siti reali borbonici, con Carditello, San Leucio etc. Infine l'archeologia. Paestum conquista l'autonomia, così come il Museo Archeologico di Napoli: che per ora non viene (assurdamente) rimesso insieme a Pompei. A loro volta Pompei, Ercolano e Stabia diverranno una struttura autonoma di prima fascia: ma solo alla fine del Grande Progetto Pompei, quando cesserà la supervisione del generale Giovanni Nistri, e il posto dell'attuale soprintendente Massimo Osanna verrà rimesso a bando. Una sospensione saggia, questa: dettata dal desiderio di non interrompere un'esperienza di gestione appena partita, e partita molto bene. La maggior parte di queste misure erano già contenute (anche se a volte con forme sensibilmente diverse) nelle proposte avanzate dalla Commissione D'Alberti all'allora ministro Massimo Bray: anche io facevo parte di quella commissione, e continuo naturalmente a ritrovarmi in alcune linee di fondo. Ci sono, tuttavia, due considerazioni generali da cui non si può prescindere. La prima è che la pressione della Grande Sveltezza renziana ha indotto Franceschini a partorire una riforma che avrebbe avuto bisogno di rimanere in gestazione ancora un po': ma a questo si potrà forse rimediare nella cruciale fase della scrittura di decreti attuativi e regolamenti. La seconda, più grave, è che nessuna vera riforma si fa a costo zero, e men che meno tagliando: il corpo periferico del Mibact è un corpo vicino alla morte per inedia, e ora lo si vorrebbe obbligare a fare i salti mortali. Senza trasfusioni di sangue (leggi: personale giovane, mezzi e finanziamenti) è fin troppo facile prevedere come andrà a finire.