«SEPARARE la Fondazione Sant'Elia dall'accordo con il Guggenheim significa gettare al vento tutto il lavoro fatto in questi anni». Manlio Mele, sulla carta, rimane ancora il coordinatore del progetto Guggenheim in città. Ma nei fatti, in realtà, il suo lavoro si è arenato da alcuni mesi, per l'esattezza quando si è giunti al punto cruciale: trovare 10 milioni di euro per realizzare il programma espositivo dell'allora ancora esistente Fondazione Guggenheim-Sant'Elia. Soldi che non sono mai stati trovati. Un rallentamento fatale, che si è innestato su una situazione che pian piano è scivolata nell'oblio, nelle contraddizioni, nelle guerre aperte. Che hanno infastidito non poco i responsabili del Guggenheim. Era già pronto nero su bianco un programma triennale, con diciannove mostre di grande respiro che si sarebbero alternate a ritmo incessante, sei all'anno. Tra queste, alcune tra le esposizioni che sono tutt'oggi programma di punta del Guggenheim: "Arte attraverso i secoli", "Art of Motocycle" e "L'arte attraverso la moda", in questo momento approdata a Roma. Manlio Mele, anello di congiunzione tra Palermo e New York, è stato designato dalla stessa Fondazione newyorchese. E il suo nome, in qualità di coordinatore, compare anche nel "misterioso" protocollo d'intesa tenuto sotto chiave fino a qualche giorno fa e comunque mai mostrato alla stampa firmato a New York il 13 marzo 2003 tra il presidente della Provincia Francesco Musotto e Philip Rylands, in rappresentanza del Guggenheim. Tra i punti che è possibile leggere nel documento: nessun accordo con altre regioni del Sud per aprire altre sedi museali, intero ricavato della vendita dei biglietti alla Provincia che avrebbe incassato anche i proventi che derivano dalla ' gestione del Palazzo: accordi obbligatori per le mostre con la Guggenheim, che avrebbe preso a carico progetto, struttura e cura scientifica delle esposizioni, assicurazione delle opere d'arte, spedizioni, imballaggi, allestimento conpersonale specializzato autorizzato dal Guggenheim, progetti grafici. «Vorrei sottolineare dice Manlio Mele che la Fondazione americana era assolutamente entusiasta del progetto palermitano. Tanto che dopo l'accordo arrivò il direttore del museo newyorchese, Thomas Krenz, che voleva rendersi conto di persona delle potenzialità». E già in città era arrivato in visita privatala par -te più importante del board della Guggenheim Collection: tra i numerosi miliardari giunti con aereo privato, anche la moglie di Bill Gates, interessata all'investimento palermitano. Intanto alcuni studenti di economia avevano frequentato uno stage presso la sede di Bilbao, per studiare le ricadute economiche sul territorio: tra museo e attività ad esso collegate, 506 milioni di euro all'anno. L'operazione Guggenheim in realtà ha radici nell'amministrazione di Leoluca Orlando: i contatti, poi interrotti in seguito al cambio di rotta politica furono ripresi per desiderio di Musotto, che richiamò proprio Mele per riallacciare il filo della trattativa con gli americani. «Ma adesso, tutto è finitodice amaramente Manlio Meleanche se mi auguro che questo progetto possa essere ripreso, indipendentemente dal colore politico. È mancata la volontà da parte della città, non certo del Guggenheim. Anche Regione e Comune non hanno dimostrato nessun interesse». Ma l'incantesimo, adesso, pare definitivamente spezzato, anche se c'è un nuovo documentodatato 22 dicembre 2004 che sostituisce l'accordo del 2003. In modo sibillino è scritto di un "nuovo accordo in via di definizione che prevede il diretto ed esclusivo coinvolgimento della Fondazione di New York (mentre l'interlocutore precedente era la fondazione di Venezia, diretta da Philip Rylands, che in un primo momento era indicato come potenziale direttore anche della sede palermitana, ndr) al fine di organizzare a Palazzo Sant'Elia esposizioni di arte moderna e contemporanea con una qualità di programmazione comparabile alla qualità riscontrabile nei musei di NewYork e Venezia". Lo staff direttivo e curatoriale, in ogni caso, sarebbe giunto da fuori. La Fondazione Sant'Elia Guggenheim, inoltre, nasceva anche per esigenze di tipo fiscale e amministrativo, in quanto con la legge Ronchey sarebbero state molte le agevolazioni: si resterebbe ben lontani dalle dorate situazioni americane, in cui la defiscalizzazione per l'investimento in opere d'arte raggiunge il cento per cento delle cifre impegnate, ma sarebbe comunque già qualcosa. Cosa ne sarà dei fondi stanziati dal Ministero 600 milioni di euro fino al 2007e dei 5 milioni già impegnati dalla Provincia, non si sa. E pensare che nell'accordo con la Soprintendenza era scritto che i visitatori sarebbero dovuti entrare a Palazzo Sant'Elia con le babbucce, per non rovinare le preziose maioliche settecentesche. Che non dovranno temere calpestii, almeno per un po'.