Uno dei luoghi comuni che viene continuamente riproposto, a proposito della Calabria, è quello riguardo alla pochezza, o addirittura all'assenza, di offerta culturale, di monumenti, scavi archeologici o musei, degni di questo nome, da visitare. Un altro luogo comune è quello riguardante l'incapacità da parte dello Stato di custodire e valorizzare il patrimonio storico lasciatoci dai nostri progenitori e protetto, caso quasi unico nel mondo civile, da un articolo della tanto vituperata Costituzione della Repubblica italiana: l'articolo 9. Queste due opinioni sono state alimentate da tv e giornali: la prima perché è ormai più facile descrivere così la Calabria e la seconda per poter smantellare l'unico e l'ultimo presidio di tutela istituzionale dei paesaggi antichi e moderni che rimane alla Nazione: le Soprintendenze. Sia nel primo caso, sia nel secondo le manchevolezze, le incapacità, i ritardi e le responsabilità non sono mancati e non mancano, come ho più volte denunciato su queste pagine, ma mettere tutto insieme e non fare le opportune distinzioni equivarrebbe a condannare definitivamente la Calabria, e il Mezzogiorno, all'eclissi totale dall'orizzonte nazionale e internazionale e alla sostituzione degli organi periferici dello Stato con la più moderna e più conveniente per alcuni, imprenditoria privata. Un disegno, quello di "asfaltare" le strutture e le prerogative dello Stato, che è conforme all'ideologia dello stato leggero posto al servizio del mercato che, secondo il pensiero unico neoliberista, si autoregolamenta. Abbiamo avuto modo di vedere, e di subire, quanto ingannatrici e portatrici di sventure fossero le sirene liberiste nella precarizzazione del lavoro, nelle privatizzazioni, nelle liberalizzazioni e nella globalizzazione. Perché dovremmo pensare che, invece, il legato storico e ambientale dei nostri progenitori sarebbe meglio custodito e valorizzato se fosse affidato alle mani dei privati? Negli ultimi mesi -proprio a smentire questa convinzione riguardo alla consistenza dei beni culturali calabresi e il pensiero unico liberista- grazie agli organi periferici dello Stato e ai suoi funzionari, impiegati, restauratori e operai calabresi, sono stati aperti ex novo o ampliati alcuni importanti e ricchi Musei lungo il medio e basso Tirreno calabrese. Sono stati inaugurati -con la collaborazione, in alcuni casi, degli Enti locali- il Museo di Rosarno-Medma, quello di Gioia-Metauros, la sezione archeologica all'interno del Museo diocesano di Tropea ed è stata aperta la sezione romana di quello di Vibo Valentia ad opera, sopratutti, del funzionario archeologo di quell'area, Silvana Iannelli. Sulle pagine di questo giornale è stato dato conto dell'inaugurazione, pochi giorni or sono, della sezione romana del Museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia insieme ad un riallestimento della sezione greca, in particolar modo della celebre "laminetta orfica" che è stata protagonista anche di un singolare esperimento teatrale. L'apertura della nuova sezione romana del Museo ha rappresentato un evento di portata sia regionale, sia nazionale perché ha completato, nel migliore dei modi, la già importantissima raccolta museale di Vibo Valentia. Questa sezione, collocata al pianterreno del Castello normanno-svevo, custodisce le straordinarie e monumentali statue di marmo e di arenaria, provenienti dal quartiere di S. Aloe, tra le quali si segnala il bellissimo e celebre busto di Agrippa donato allo Stato da Raniero Pacetti che, negli anni '70 del secolo scorso, mostrò un grande senso civico. Questa sezione contiene anche, a testimonianza della vita quotidiana degli antichi abitanti del municipium romano, i ricchi materiali ceramici, vitrei e metallici provenienti da tutte le aree finora scavate a Vibo Valentia. Rosarno-Medma Il Museo di Rosarno è strettamente collegato al Parco archeologico dell'antica città di Medma che la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria ha indagato, già a partire dagli inizi del '900, con Paolo Orsi e fino ai nostri giorni. Le fonti antiche ci raccontano che l'antica città di Medma, individuata dalle ricerche archeologiche sul Pian delle Vigne dell'attuale Rosarno, fu fondata dai Locresi intorno alla fine del VII secolo a. C. insieme a Hipponion, l'attuale Vibo Valentia. Le ragioni che spinsero Locri a fondare le due sub-colonie furono di natura economica: nuovi territori per sfruttamento agricolo e possibilità di avere uno sbocco sul Mar Tirreno che era al centro dei principali traffici commerciali dell'epoca. Il Museo è ospitato all'interno del Parco archeologico in una struttura che, sebbene ristrutturata dal 2005, era rimasta, finora, inutilizzata. L'esposizione inizia con la ricostruzione della necropoli: tombe alla cappuccina, a cassa di embrici, a vasca, ricche di oggetti. Splendidi esemplari della coroplastica (tecnica di lavorazione della terracotta) medmea -statuette di varie dimensioni e fogge, busti, grandi maschere, criofori (portatori di ariete) - vasi ed armi in ferro rinvenuti nell'area sacra di Calderazzo, sono presentati ai lati di una virtuale via sacra che si arresta davanti ad un altare in terracotta (arula) di grandi dimensioni, con in rilievo i personaggi della tragedia di Sofocle che rappresenta la vicenda di Tyrò, giovane donna, figlia del re Salmoneo ritratta con i figli Pelia e Neleo che, per vendicare la madre, hanno appena ucciso la matrigna Sidero che giace, esanime, ai piedi di un altare, mentre il vecchio re Salmoneo fugge disperato davanti a tanto orrore. La suggestiva esposizione si conclude con i materiali provenienti dall'abitato tra i quali si segnala un modello di fontana rituale in terracotta. Sono presenti anche alcuni oggetti provenienti dalla collezione privata Giovanni Gangemi, donata allo Stato, che è costituita da pregevoli vasi sia a figure nere sia a figure rosse, tra cui un'anfora con scene della lotta per la conquista delle armi di Achille. Parlando del Museo non possiamo non ricordare il Parco archeologico dell'antica Medma che è costituito da una grande distesa di ulivi ubicata alle spalle del Museo e nelle immediate vicinanze dell'attuale cimitero di Rosarno. L'area -espropriata intorno agli anni '80 del secolo scorso dalla Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria, non senza polemiche e ostilità da parte di alcuni cittadini che, nell'area, avevano interessi edilizi- corrisponde alle aree sacre di Calderazzo e S. Anna, note attraverso gli scavi dell'Orsi. All'interno del Parco sono stati portati alla luce anche alcuni quartieri dell'abitato medmeo come, per esempio, quello artigianale che ha restituito pozzi e fornaci. Tropea La ricostruzione storica e i reperti archeologici presentati per la prima volta nella sede del Museo Diocesano a Tropea, grazie alla concorde volontà della Curia Vescovile di Mileto, Tropea e Nicotera e della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria, sono il risultato di decenni di ricerche svolte insieme dagli appassionati locali e dagli archeologi della Soprintendenza e loro collaboratori di varie università. La posizione geografica di Tropea, all'estremità del fertilissimo altopiano del Poro, affacciata sul Tirreno di fronte alle isole Eolie, ha favorito consistenti insediamenti umani dall'Età del Bronzo fino ai giorni nostri. Per la prima volta un allestimento museale, a Tropea, presenta un panorama archeologico delle culture succedutesi nel territorio della città, dalle fasi protostoriche aperte ai contatti marittimi con la Sicilia, il Tirreno settentrionale e i navigatori provenienti dal Mediterraneo orientale, attraverso le testimonianze delle età magno greche e romane, fino agli eccezionali documenti paleocristiani, unici in Italia meridionale, e ai resti archeologici dell'intensa vita a Tropea nel medioevo. I primi segni archeologici a Tropea vennero in luce nel XIX secolo, con il ritrovamento di iscrizioni paleocristiane, di grande importanza storica, oggi conservate nel palazzo Toraldo Serra. Nella prima metà del secolo scorso, vari rinvenimenti archeologici fortuiti furono raccolti e segnalati da ricercatori locali, tra i quali Pasquale Toraldo Di Francia, a cui si deve una scrupolosa e preziosa documentazione trasmessa a noi dal nipote, mons. Ignazio Toraldo Di Francia. Dagli anni '70 del Novecento, un gran numero di recuperi e segnalazioni di siti archeologici furono opera del "Gruppo Archeologico Paolo Orsi", fondato da mons. F. Pugliese con attivissimi e intelligenti collaboratori (tra cui A. Lo Torto, F. Rombolà, F. Staropoli); la loro attività, evidenziando l'importanza di questo territorio nell'antichità, pose le basi conoscitive per gli scavi svolti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria nel Centro Storico di Tropea, in Piazza della Cattedrale (1980 e 2001), e nel cortile del Palazzo Vescovile (1992-1998, 2013). Gioia Tauro-Metauros Nell'area costiera di Gioia Tauro si sviluppò, intorno al VII secolo a.C., il centro greco di Metauros del quale assai limitate sono le notizie tramandateci dagli scrittori greci e latini. Quel che sappiamo di sicuro è che esso non ebbe mai l'importanza e la ricchezza delle altre città magnogreche, ma che, sulla base dei rinvenimenti archeologici, rivestì un importante ruolo come centro commerciale e portuale sia in epoca arcaica (VII VI secolo a.C.), sia in età imperiale romana (I V secolo d.C.). Le attività portuali in età antica si svolgevano principalmente intorno alla foce del fiume Petrace, il Metauros dei Greci, dove le linee di dune costiere facilitavano il formarsi di golene fluviali o di bacini interni adatti alle attività portuali che avevano come perno un approdo, citato dal geografo e storico greco Strabone. Gli scavi archeologici condotti a Gioia Tauro nel 1959-60 e dal 1973 al 1981, hanno esplorato oltre 1000 sepolture del VII e VI secolo a.C. La necropoli di Metauros si è rivelata una delle più importanti della Magna Grecia per la conoscenza degli usi funerari nelle fasi iniziali e di primo sviluppo della colonizzazione greca nell'Italia meridionale. I materiali archeologici della necropoli arcaica di Metauros sono particolarmente significativi per ricostruire gli apporti commerciali e gli scambi nel Tirreno meridionale nel VII e VI secolo a.C. I reperti rinvenuti in questa area evidenziano l'intensità e l'importanza degli apporti commerciali, a vasto livello mediterraneo, che raggiungevano questo centro del Tirreno meridionale reso prospero dalla fertilissima piana retrostante. Il Museo archeologico di Gioia Tauro, l'antica Metauros, è stato allestito nella prestigiosa sede di Palazzo Baldari, messo a disposizione dall'Amministrazione Comunale. L'edificio, che è stato ristrutturato negli anni '90, è situato nel centro storico e, negli anni, si è andato qualificando come centro polifunzionale, di manifestazioni culturali, convegni, dibattiti, mostre temporanee e ospita, da tempo, anche la BibliotecaMediateca comunale. Il Museo si apre con una suggestiva ricostruzione di un settore della necropoli, per continuare con i corredi più antichi che attestano la presenza di indigeni che convivono in maniera pacifica con i greci nuovi arrivati, al punto da assimilarne così bene le tecniche che, nel volgere di poche generazioni, si arriva alla completa sparizione delle precedenti tradizioni culturali indigene. Della sezione dedicata all'insediamento di epoca romana segnaliamo i corredi tombali e, in particolar modo, i preziosi vasi in vetro soffiato di produzione orientale. Spero che anche solo da questa rapida rassegna degli ultimi Musei creati in Calabria si possa desumere quanta ricchezza e profondità, nello spazio e nel tempo, abbia la nostra eredità storica, quanta storia si sia stratificata nella nostra terra, quanta fatica sia stata fatta dagli uomini che ci hanno preceduto per erigere e tramandarci queste grandi bellezze appuntate sul paesaggio, supporto indispensabile e un tempo armonico di tutti i beni culturali. È proprio il paesaggio storico e naturale ad essere continuamente violentato, devastato, consumato in questa terra. Secondo dati raccolti dall'Istat, fra il 1990 e il 2005, ben il 17, della superficie agricola utilizzata in Italia è stata cementificata o degradata e la Calabria, come accade spesso purtroppo, si pone in cima a questa classifica negativa con oltre il 26 del suolo consumato. Questo significa che la superficie improduttiva non solo è aumentata vertiginosamente, in un quindicennio, ma anche che la contrazione di terreni agricoli, laghi e boschi ha inevitabilmente favorito, come constatiamo ogni inverno, il dissesto idrogeologico, portatore di frane e alluvioni, e la marginalizzazione di vaste aree che ha come, inevitabile, conseguenza la loro cementificazione. Il problema principale dello sviluppo, e del turismo, della Calabria non è, come ho appena cercato di dimostrare, l'assenza di Musei o di siti da visitare che invece abbondano, ma è la scomparsa del paesaggio, la distruzione di quello che i francesi chiamano "terroir". Il "terroir" è un termine difficilmente traducibile in altre lingue, ma la definizione coniata dall'"Institut National des Appellations dOrigine" è quella che spiega meglio delle altre il significato della parola: "un savoir intellectuel collectif de production, fondé sur un système dinteractions"(un sapere intellettuale collettivo di produzione, fondato su un sistema di interazioni). Il sapere collettivo dei paesaggi calabresi dovrebbe essere rappresentato dall'enorme patrimonio culturale sedimentatosi per più di trenta secoli nel tessuto delle nostre città antiche, dei nostri tanti Musei, delle nostre tradizioni popolari, delle chiese, dei siti preistorici, dei palazzi dei nostri centri storici incastonati nel paesaggio che deve interagire, sistemicamente, con un sostrato eno-gastronomico ricco e vivo, con una ricettività alberghiera degna di questo nome e con un mare pulito e non inquinato come, sciaguratamente, è praticamente dappertutto in Calabria. Questo sapere intellettuale collettivo in Calabria non esiste perché il tessuto sociale, culturale ed economico è estremamente frammentato e non si è riusciti, neanche nei sessant'anni di governi repubblicani, a ricomporlo. Sono certo, pertanto, che l'unica strada per lo sviluppo di questa regione sia il restauro capillare e la ricomposizione dei nostri paesaggi storici e agrari. Le risorse regionali, nazionali e comunitarie -poche o tante che siano- vanno indirizzate in questa regione nell'aiuto e nella ricerca nell'agricoltura e nei beni culturali e paesaggistici al fine di creare un "terroir" che favorisca, assecondandone le vocazioni naturali, uno sviluppo vigoroso ed armonico dei paesaggi e non la loro distruzione. Come vado dicendo e scrivendo da tempo la devastazione del paesaggio, calabrese e non, conduce a quella che Ernesto De Martino chiamava "angoscia territoriale", solo che a provarla non sono gli emigrati, cui si riferiva lo studioso negli anni '50, ma proprio coloro i quali, invece, rimangono, ora, nei luoghi natii, nei proprî luoghi, ma non li riconoscono più perché sfigurati dalle speculazioni edilizie. In questi ultimi decenni è nato ed è cresciuto un sentimento nuovo: la nostalgia per i propri luoghi non nel senso dello spazio, come accadeva agli emigrati, ma in quello del tempo. La nostalgia per il senso dei propri luoghi, i luoghi che si abitano, "hic et nunc", in cui si vive, ma che non sono più stabili come lo sono stati per secoli. Quei luoghi e quei paesaggi che hanno contribuito a costruire, e che continuerebbero a costituire, parte essenziale e irrinunciabile della nostra identità individuale e collettiva, se non fossero stati orrendamente deturpati e se non continuassero a esserlo. Chiunque si candidi a governare questa regione non solo non può non tenere conto di questa ricchezza, varietà e singolarità delle antiche città calabresi e dei loro paesaggi agrari, ma ha, anche, l'obbligo politico e civile di avere al primo punto del suo programma i paesaggi storici e naturali della nostra regione. Chiunque si candidi ha l'obbligo di avere un'idea della Calabria che sia fondata, come "conditio sine qua non", sulla conoscenza della nostra antica, complessa e pluristratificata storia. Chiunque si candidi deve assumersi l'impegno morale di adoperarsi per la salvaguardia e per la valorizzazione dei suoi paesaggi, altrimenti, cari conterranei, non votatelo.
Il Quotidiano della Calabria
13 Luglio 2014
✓ Entità verificate
Calabria. Una politica per la cultura
BA
Battista Sangineto
Il Quotidiano della Calabria
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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