L'ultima delle architetture «sociali» di Ferdinando Fuga è a rischio, nonostante un articolato progetto di recupero La coltre di cespugli fluttua al vento lasciando intravedere i blocchi neri carichi di una strana tensione, ruvide pietre che basta sfiorare per sentire tutto il peso della storia. Fa questo effetto passeggiare nel Cimitero delle 366 Fosse, l'ultima delle architetture «sociali» realizzate da Ferdinando Fuga per i Borbone intorno alla metà del Settecento. Si tratta dell'ennesimo bene culturale partenopeo a rischio di estinzione. Un articolato progetto di recupero è rimasto nel cassetto e oggi la struttura scompare lentamente tra la vegetazione trascinando nell'oblio la memoria di una controversa stagione di rinnovamento in città. Il grande architetto fiorentino aspirava infatti a razionalizzare gli spazi e la vita della caotica capitale del Regno. Nella sua visione, ciascuna classe doveva occupare un posto specifico: i nobili, i borghesi, gli artigiani e i numerosi indigenti. Il Real Albergo dei Poveri, ideato dal Fuga nel 1751 come luogo di accoglienza riservato ai senza dimora, era un vero e proprio ghetto che si meritò ben presto l'appellativo di serraglio. In quei freddi ambienti la plebaglia veniva militarmente inquadrata, separata dal mondo fino al momento del trapasso, quando poteva essere spedita verso gli interramenti comuni del camposanto del Popolo, aperto nel 1762 con una sepoltura per ogni giorno dell'anno. Rimasto in funzione fino al 1890, si calcola che abbia ospitato circa due milioni e mezzo di mendicanti. Un contributo significativo alla crescita esponenziale degli «utenti» lo diede il diffondersi epidemico del colera causato dalla contiguità delle cisterne e dei pozzi neri all'interno delle cave tufacee. La fossa degli Incurabili non bastava più. Il Fuga intervenne appunto per riorganizzare le operazioni funebri in città, individuando una zona paludosa nella periferia orientale del capoluogo dove scavare le 366 buche. Perché così tante? «Seppellendosi i cadaveri ogni giorno in una fossa nuova si legge in un'antica relazione della segreteria non viene prima di un intiero anno a riaprirsi quella fossa». Precauzione di tipo sanitario, quindi. A cui si aggiunge il desiderio di emarginare una intera categoria sociale pure dopo la morte. «L'importanza del sito risiede proprio in questa sua originalità, nella testimonianza di una fase storica di grandi rivolgimenti urbani e sociali», spiega l'ex rettore di Economia e Commercio dell'Università Federico II, Francesco Lucarelli, che alcuni anni fa ha proposto un progetto di riqualificazione del monumento, ben accolto ma mai realizzato dall'amministrazione comunale e tantomeno inserito tra gli interventi del Grande Progetto Unesco. «Il piano prevede l'eliminazione della vegetazione spontanea e non, poi la sistemazione del prezioso selciato in basolato e il restauro dell'entrata e del recinto. All'interno della struttura d'ingresso, inoltre, si ipotizza la costituzione di un museo storico della collina cimiteriale di Poggio Reale con materiali iconografici e biblioteca monotematica. E nel perimetro della corte aggiunge Lucarelli letture di brani letterari e concerti di musica classica. L'opera costerebbe intorno ai due milioni di euro». Antonio De Gregorio, responsabile della gestione del cimitero, ricorda quando il sito fu inserito (tra il 2007 e il 2008) nell'itinerario del Maggio dei Monumenti. «Ci fu un po' di attenzione poi più nulla, a parte qualche saltuaria visita organizzata dal Touring Club. Il sepolcreto avrebbe bisogno di interventi radicali, ma i fondi mancano e noi riusciamo soltanto ad assicurare condizioni dignitose per accogliere il pubblico nel fine settimana, quando adempiamo alle normali funzioni cimiteriali». Anche piccoli interventi di manutenzione, afferma De Gregorio, si scontrano con la burocrazia: «Il sito è infatti tutelato dalla Soprintendenza e non si può spostare una pietra senza avere preventiva autorizzazione ». Ma dove gli uomini non possono intervenire, ci pensa la natura: in un angolo del recinto, le secolari pietre si sono spaccate aprendo alla luce del sole un oscuro baratro in cui non abbiamo il coraggio di guardare. In altri punti i cespugli s'intrecciano verso l'alto impedendo il passaggio. E dalla fitta vegetazione spuntano incerti l'argano che era utilizzato per sollevare le pesanti lastre tombali e la bara di ferro con apertura a molla del fondo per adagiare le salme nella fossa comune. Sono pezzi unici che andrebbero gelosamente conservati in un museo, ridotti invece ad ammassi di ruggine quasi irriconoscibili. Letteralmente mangiati dal tempo e dall'incuria, come tutto il complesso architettonico del Cimitero delle 366 Fosse che scompare nel silenzio dei morti e dei vivi.
NAPOLI-Il cimitero delle 366 fosse tra erbacce e degrado
Il Cimitero delle 366 Fosse, un'architettura sociale di Ferdinando Fuga, è a rischio di estinzione. Il progetto di recupero è rimasto in attesa, e la struttura scompare lentamente tra la vegetazione. Il cimitero fu costruito nel 1751 come luogo di accoglienza per i senza dimora e ospitò circa 2,5 milioni di mendicanti. La fossa degli Incurabili non bastava più a causa dell'epidemia di colera, e Fuga intervenne per riorganizzare le operazioni funebri. Il sito è tutelato dalla Soprintendenza e non si può spostare una pietra senza autorizzazione.
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