Il libro è inaspettato. Infatti sorprende il punto di partenza: esame e critica di ciò che è stato costruito come forma di monumento, in memoria della Shoah. Il punto di arrivo di iMonumenti per difetto, dalle Fosse Ardeatine alle pietre di inciampo i (Donzelli editore) è molto più importante del proposito dichiarato. E c'è da domandarsi se la stessa autrice, Adachiara Zevi, architetto e storica dell'Arte, si sia resa conto, nel mettersi al lavoro, che stava cambiando un capitolo nella storia del costruire per celebrare. C'è un limite (la rassegna delle opere dedicate, nel mondo, a lasciare un segno di orrore e dolore per la immensa tragedia della Shoah) che viene valicato per dare luogo a un discorso del tutto nuovo che ruota intorno alla domanda: "Che cosa è un monumento oggi, dopo ciò che l'umanità ha vissuto?". Zevi si rende conto che l'idea di monumento, più grande della realtà, più bello dell'immagine originale, dove il vissuto viene celebrato moltiplicandone tutto, non serve più, perché è stata la vita a moltiplicare, in modo grandioso, spaventoso e inimmaginabile, ciò che l'umanità non poteva neppure concepire. Che cosa fa uno scultore, un architetto, un artista, un comitato incaricato della evocazione di un evento, quando si accorge che l'immensità dei fatti ha superato di gran lunga l'immaginazione, e che la natura dei fatti impedisce che si possa pensare al monumento come celebrazione? Adachiara Zevi, (che aveva già contribuito alla riflessione sulla architettura e sull'arte, con testi come Arte Usa del Novecento, Peripezie del dopoguerra nell'arte italiana, L'Italia nei Wall Drawings di Sol Le Witt) risponde in due modi. Uno è la rassegna accurata e ricca di notazioni critiche di ciò che è stato fatto nel mondo lungo un nuovo percorso ovvero il monumento come atto civile. L'altra è la elaborazione di reperti nuovi, coraggiosi, in una teoria del gesto materiale di testimonianza che è ormai altrove perché, in questa situazione storica, morale, culturale, tutto è cambiato e niente può esprimersi in forme tradizionali. Balza in primo piano il valore delle "pietre di inciampo" che esistono nei pressi di tutti i luoghi che hanno visto accadere fatti della Shoah e che sono il contrario del monumento: un oggetto troppo piccolo, non per narrare una realtà troppo grande ma per notificarla. Il percorso di Adachiara Zevi, però, porta più lontano. Porta a constatare la fine del monumento "upper class" e "borghese" come celebrazione, la dislocazione dei gruppi scultorei, generati da un desiderio di glorificazione funeraria che non ha più alcun contesto culturale che li possa accogliere. Ciò che è accaduto e continua ad accadere fa si che le vittime segnino la storia, tolgano spazio a presunti eroi e generali. La pietra di inciampo significa ben di più perché non parla a nome delle vittime. Chiede silenzio perché le vittime parlino. Il mutamento è grande, e questo è il testo che lo racconta, come atto primo e rivoluzionario di una nuova cultura.