Castellammare. Imbracato con una sagola e una boa di segnalazione e, dunque, probabilmente in procinto di essere trafugato il ceppo di ancora in piombo, appartenente alla tipologia cosiddetta "a ceppo fisso" e utilizzato tra il II secolo a.C. e il III secolo d.C., recuperato nei giorni scorsi nelle acque di Castellammare dagli esperti dell'Unità operativa Beni ARCHEOLOGICI della Soprintendenza del Mare Fabrizio Sgroi e Francesco Balistreri. E' stato Pasquale Corso, subacqueo dell'associazione "Sicilia antica" - che per il recupero ha messo a disposizione volontari, subacquei e mezzi nautici - a segnalare alla Soprintendenza del Mare la presenza del reperto archeologico che si trovava in un fondale di 21 metri distante dalla costa un centinaio di metri. Il ceppo di ancora, composto da due "bracci", è lungo metri 1,93. Era ricoperto da una coltre di pietrisco e sabbia e forse anche per questo si è ben conservato ed è integro. È soltanto ricoperto da un sottile strato di incrostazione marina. Una volta riportato in superficie il ceppo di ancora è stato trattato con acqua dolce e in attesa d'essere trasferito nei laboratori del Cam della fondazione Kepha, a Triscina, per essere restaurato è stato affidato in custodia al museo civico di Castellammare. Al Cam per il restauro si trovano anche due elmi e l'ultimo rostro ripescato nel mare delle Egadi durante le campagne di indagine condotte nello specchio di acqua teatro della battaglia del 241 a.C. Margherita Leggio 06072014