RO.Go.Pa.G. è un film collettivo del 1963 che racconta la mutazione antropologica seguita al "miracolo economico". Orson Welles, nel ruolo che Pasolini gli assegna di sprezzante regista alle prese col costume italico, pronuncia battute impietose sul nostro Paese. Confrontando, poi, la storia della tranquilla Confederazione Elvetica con la nostra, Welles- regista afferma che cinque secoli di guerre e lotte intestine hanno prodotto da noi il Rinascimento, mentre nella vicina Svizzera tanta e ininterrotta calma ha avuto unico esito l'orologio a cucù e la cioccolata, a ristabilire in ogni caso un'ineffabile "dialettica della storia". Troppo spesso, il futuro della nostra città sembra costretto nell'ambito angusto delle trattazioni parautopiche che propongono scenari belli ma impossibili, degnissimi sul piano della riflessione teorica più visionaria, ma irrealizzabili in rapporto alle locali miserie terrene. Oppure esso diventa questione "top-secret", per ridursi a monopolio di ristretti "milieu" di addetti ai lavori. In pochissime occasioni, quindi, la città ha fatto proprio il metodo di una discussione che dovrebbe riguardare in modo "diffuso" e autorevole il suo futuro, senza ridurre la cittadinanza a spettatrice distratta o a tifoseria scapestrata di oscuri giochetti di ricollocazione politica. La città può diventare un "contenitore di bellezza salvaguardata e propulsiva" se si accantonano definitivamente improvvisazione e dilettantismo. Una stagione che ormai sta per concludersi non lascia altro se non un lungomare rabberciato e semidistrutto nelle sue parti più monumentali, il sistema viario infestato da sterpaglie e blatte e una miriade di buone intenzioni mai realizzate, per non parlar del resto. Da non tralasciare, inoltre, la questione fin troppo ed equivocamente sciorinata dei "beni comuni". Usare le riflessioni di intellettuali di grande spessore, come Salvatore Settis, per far passare sottobanco l'assenza e la negligenza delle istituzioni verso il Bene Comune è operazione, a dir poco, di cattivo gusto. Lasciare ai cittadini più volenterosi il compito di tener pulito lo spazio esterno all'uscio di casa è encomiabile solo se, contemporaneamente, tale scelta non diventa alibi per giustificare la latitanza di chi dovrebbe prendersi cura della Cosa Pubblica. Il "patchwork" delle aiuole affidate all'estro creativo dei singoli diventa motivo di perplessità se, poi, si alternano graziosi recinti infiorati a distese di salgariana jungla abitate da blatte e roditori di ogni ordine e grandezza. Come tanti altri, ritengo che la città, tutta, sia un unico e incommensurabile Bene Comune e che il suo governo spetti unicamente alle Istituzioni, al di là di specifiche scelte di gestione. Ridurre perciò tale bene a una "torta sbrisolona", da distribuire a clientele assortite, è politica dissennata. Il bene rimane "comune" solo se salvaguardato nella sua interezza e nella salda fruizione pubblica. Altrimenti esso genera arcaiche frammentazioni feudali. Mentre i palazzi del potere si cannoneggiano reciprocamente per affermare le rispettive, spicciole egemonie, il tufo degli antichi edifici della città si sgretola, ricoperto da erbacce infestanti. Altro che Bene Comune. Altro che Nuovi Rinascimenti. Al massimo solo un po' di crema spalmabile al cioccolato senza neppure l'orologio a cucù.