Ora tocca alle spiagge? Il ritorno all'esecutivo di Giulio Tremonti coincide, per il nostro patrimonio d'arte e natura, con la dirompente proposta di vendita delle spiagge italiane. Ciò accade in prossimità dello scadere, il primo maggio, del primo anno di vigenza del "Codice dei beni culturali e del paesaggio", del quale uno degli aspetti più aspramente contestati è stato il recepimento di una precedente e ugualmente contestata norma che lo stesso Tremonti, allora ministro dell'economia, aveva vigorosamente voluto. Si tratta della vendita dei beni culturali pubblici, possibile anche col principio di silenzio-assenso da parte delle Soprintendenze, introdotta a settembre 2003 con il decretone fiscale collegato alla Finanziaria. In sostanza ove le Soprintendenze, interpellate sulla vendita di beni culturali pubblici, non avessero risposto entro termini ristretti, cosa possibilissima dato che esse sono sempre più prive del personale e dei minimi mezzi per operare, il loro silenzio sarebbe stato considerato come assenso (il termine è di120 giorni, ma comprende vari passaggi burocratici). Essendo allora in via di ultimazione il testo del "Codice dei beni culturali", si sperava che esso, intervenendo successivamente, avrebbe abrogato o almeno superato quella norma pericolosa e per taluni incostituzionale. In effetti, essa non compariva nella bozza del "Codice" che il ministro Giuliano Urbani aveva concordato, oltre che con tutti i soggetti istituzionali previsti, con i consiglieri "straordinari" intelligentemente assunti per "chiara fama" nonostante la loro posizione anche polemica, come il direttore della Scuola Normale di Pisa Salvatore Settis. Tuttavia, chiusi gli accordi, il testo del Codice, presentato in Consiglio dei Ministri per l'adozione, subì un piccolo ma determinante ritocco: il recepimento della norma del silenzio-assenso. E' vero che un decreto del Ministero dei beni culturali del febbraio 2004, successivo all'adozione del Codice ma antecedente alla sua entrata in vigore, prevede che gli enti che vogliano vendere beni immobili demaniali soggetti a tutela alleghino schede articolate e complete (dati catastali, foto, piante, descrizioni) così da non caricarne le Soprintendenze della complessa compilazione, ma è anche vero che, al di là dell'assurdo giuridico di far dipendere una valutazione delicatissima da un silenzio, le Soprintendenze hanno pur sempre un oneroso adempimento ulteriore, mentre mancano loro i fondi (tra le altre cose) per telefono e sopralluoghi (necessari per la doverosa verifica di quelle schede), tanto che anche l'attività ordinaria è fortemente sacrificata se non compromessa. La proposta di Tremonti di vendere le spiagge si connette all'altro principale punto contestato del Codice, riguardante i beni paesaggistici: il timore dello svuotamento della legge Galasso (la 4311985), che prevede tra l'altro la tutela di tutti i territori costieri della penisola compresi in una fascia di 300 metri dalla battigia, cosa che garantisce per legge, tra l'altro, la tutela della laguna di Venezia. La legge Galasso nacque sul principio, espresso dal Ministero dei beni culturali in un decreto del settembre 1984, che "le fasce territoriali che segnano le grandi linee di articolazione del suolo e delle coste costituiscono di per se stesse, nella loro struttura naturale, il primo ed irrinunciabile patrimonio di bellezze naturali e d'insieme dello stesso territorio nazionale". Tra queste vi sono anche i territori contermini a laghi, fiumi, alte montagne, ghiacciai, parchi, boschi, vulcani, zone archeologiche. Ora i vincoli di tutela espressi da questa legge rimangono vigenti in forma transitoria, in attesa dell'adozione di piani paesaggistici che rischiano di essere molto più permissivi. E' troppo presto per farne un consuntivo: è certo però che la proposta di Tremonti sulle spiagge, se va valutata quale indirizzo programmatico generale, in questo senso fa molto preoccupare.