RISPECCHIANO drammaticamente queste situazioni la crisi finanziaria della Regione e la chiusura, per mancanza di fondi, della sede del Pd siciliano. L'elezione di Crocetta fu salutata da molti con fiduciosa attesa. Dopo le disastrose esperienze, costate la chiusura anticipata di due legislature, si sperava che la Regione voltasse pagina, che normalità amministrativa e impegno legislativo tornassero a dominare l'attività della giunta e del suo dinamico (così appariva) presidente. Niente di tutto questo. Il governo fino a oggi si è distinto solo per la sua inconcludenza: molti propositi, enfatizzati come eventi storici, poche e pasticciate realizzazioni. Questa deriva, tuttavia, non è solo colpa di Crocetta: parte delle responsabilità va addebitata al Pd. Un partito ombra che, pur componente della maggioranza, non ha programma né forza contrattuale. Viene votato da molti, più per mancanza di una seria alternativa che per convinta adesione. Viene votato per "necessità ideologica", come avveniva con la Dc negli anni del suo declino. Si pensava che col cambio della segreteria regionale mutasse la fisionomia del partito. La nuova dirigenza invece ha continuato con i soliti comportamenti: mancanza di chiari obiettivi programmatici, difesa dei propri spazi di potere, nessuna vigilanza ma anzi diffusa complicità sull'attività amministrativa regionale, condanna dei fenomeni di corruzione ma solo quando sono scoperti dalla magistratura. Il segno forse più grave dell'inconsistenza della nuova gestione del partito sono state le elezioni europee. E, in particolare, la compilazione della lista, fatta all'insegna della confusione, tra stupide gelosie e insulsi divieti incrociati: uno spettacolo indecente. Le stesse novità che vengono dalla leadership nazionale non sembrano contagiare minimamente il gruppo dirigente siciliano: il dinamismo di Renzi non esalta, e neppure il suo impegno fattivo sulle riforme. Si dichiarano tutti renziani, ma è un atteggiamento che nasce non da un'adesione ideale alla politica del premier ma da un irrefrenabile ascarismo nei riguardi del potente di turno. Una nota tradizione di pensiero attribuisce alla Sicilia la capacità di anti- cipare, nei momenti difficili per l'Italia, le procedure per un suo salutare cambiamento. Ma è anche vero che l'Isola si è distinta per essere stata, in lunghi periodi della sua storia, un ostacolo alla modernizzazione del Paese. I segni che i tempi che viviamo in Sicilia siano caratterizzati da un progressivo quanto devastante ristagno culturale ed economico sono molti. Ne citiamo uno, dolorosissimo: la paventata chiusura dell'Istituto Gramsci, straordinario archivio storico e «preziosa fonte per la conoscenza della storia moderna e contemporanea della Sicilia» (è il giudizio della Soprintendenza archivistica). La decadenza, come la barbarie, inizia sempre dalla distruzione dei libri e delle sedi che li contengono.