NUOVO duello, stavolta impugnando l'arma di lettere inviate al presidente della Regione, sul futuro delle cave apuane, che il Piano paesaggistico in approvazione vorrebbe limitare. Nella circostanza si fronteggiano il Coordinamento delle imprese lapidee insieme ad altre associazioni imprenditoriali e la Rete dei comitati per la difesa del territorio fondata da Asor Rosa. Le aziende rilanciano l'allarme occupazione, tornano ad attaccare l'assessore Marson e chiedono «l'apertura di un dialogo fattivo che assicuri il giusto futuro alle imprese e al territorio. Chiedono si legge inoltre nel documento che nelle norme di salvaguardia sia previsto il mantenimento del regime normativo autorizzativo attualmente vigente. E comunicano che difenderanno la sopravvivenza delle aziende e del loro lavoro con le più forti e determinate iniziative di tutto l'intero comparto lapideo toscano». Di tutt'altro tenore la lettera della Rete dei comitati per la difesa del territorio, che associa altre sigle ambientaliste. «Abbiamo molto apprezzato ed appoggiato vi si legge l'innovativa proposta di Piano paesaggistico nella forma approvata dalla Giunta regionale mesi fa perché prevedeva un processo di cambiamento rispetto al grave problema ambientale rappresentato dalle cave nelle Apuane ». Nonostante le modifiche apportate al Piano per la reazione «violenta» delle imprese, gli ambientalisti chiedono a Rossi «di tenere duro e non limitare ulteriormente le tutele di cui le Apuane hanno bisogno vitale». Sul valore dalla produzione lapidea nelle Apuane nei giorni scorsi avevano invece duellato Confindustria e Cgil toscane. Per le industrie il Piano «può mettere a repentaglio il futuro di 2mila aziende toscane del settore», che «vanta un volume d'affari di 2 miliardi, 10 mila posti di lavoro », liquidato invece dall'assessore Marson aggiunge Confindustria Toscana «come un'economia in parte sommersa e con esportazione prevalente di materiali estratti senza più filiere di trasformazione locale, che non costituisce un vantaggio per nessuno». Per la Cgil, invece, quello di Confindustria è allarmismo, e in fondo la Marson non ha poi così torto: «Appaiono esagerati gli allarmi sulle migliaia di lavoratori a rischio e sulle 2.000 imprese coinvolte. Così come pure è innegabile il fatto, non riducibile a polemica strumentale, di una "rottura del distretto" per interessi e valore aggiunto, in modo particolare tra attività estrattiva e trasformazione e completamento della filiera. Questioni che avrebbero bisogno di un confronto di merito meno urlato e più orientato alla ricomposizione economico-organizzativa, con maggiori ricadute occupazionali sul territorio e magari di una lotta condivisa all'illegalità e all'evasione fiscale, oltre alla necessaria rintracciabilità del materiale estratto».