Le agitazioni sindacali selvagge che hanno lasciato migliaia di cittadini e turisti fuori dai cancelli di Pompei sono come una febbre violenta, incontrollabile, maligna. Una febbre che ieri è stata abbattuta da una dose massiccia di antipiretico: l'editoriale di Antonio Polito sul «Corriere», l'intervento di Raffaelle Bonanni, l'efficace trattativa del soprintendente Massimo Osanna. Ma come sempre succede di fronte alle febbri, sarebbe pericoloso accontentarsi della sparizione del sintomo senza interrogarsi circa le cause. Fuor di metafora: è sacrosanto condannare la sproporzione tra il danno inflitto ai cittadini e all'immagine di Pompei e dell'Italia e le rivendicazioni dei sindacati. Ma non è possibile dimenticare che queste ultime hanno pure qualche fondamento: e che se non vogliamo ritrovarci ancora in questa stessa, identica situazione, è necessario rimuovere questo fondamento. L'ha detto molto bene Antonio Irlando, presidente dell'osservatorio sugli scavi di Pompei: «Pagare con regolarità gli arretrati di prestazioni svolte dai custodi, adeguare i loro luoghi di lavoro alle norme di salute e sicurezza dei lavoratori, organizzare con maggiore efficienza le prestazioni quotidiane di lavoro, potenziare gli organici di chi deve vigilare sugli scavi di Pompei ricorrendo anche alla mobilità del personale, non sembrano proprio questioni che, per la loro risoluzione, debbano sottoporre migliaia di turisti a restare bloccati sotto il sole o, addirittura, a rinunciare alla visita di Pompei dopo essere giunti in Italia dall'altra parte del mondo. La chiusura degli scavi di Pompei si poteva evitare con il minimo sforzo da parte del ministro Franceschini. La vertenza Pompei ha anche competenze ministeriali e non può essere risolta con le sole competenze del locale soprintendente». La via è molto semplice. È necessario quantificare una volta per tutte il reale fabbisogno di Pompei: di quanti custodi, di quanti turni, di quanti straordinari abbiamo davvero bisogno? E, già che ci siamo, di quanti manutentori qualificati (mosaicisti, giardinieri, operai specializzati...)? E di quanti ingegneri, architetti, archeologi? Qual è l'organico giusto perché Pompei funzioni come si deve? Fossi il soprintendente Osanna renderei immediatamente noti questi numeri, e metterei le parti (ministero e sindacati) di fronte alla realtà: una realtà che non dovrebbe più consentire giochi delle parti e scaricabarile. Pompei non ha bisogno dei pericolosi poteri commissariali in stile Protezione Civile previsti dal decreto Franceschini (ora in Parlamento): ha invece un disperato bisogno di normalità, ordinaria amministrazione, buone pratiche. L'ottimo lavoro di Osanna, del generale Nistri, dei giovani archeologi e architetti entrati con l'ultima deroga dall'irresponsabile blocco del turn over dimostrano che un'altra Pompei è possibile: anzi che un'altra Pompei sta già prendendo forma. È il momento di accelerare su questa strada. È l'unica via di uscita: e se la imbocchiamo davvero, nessuno a partire dai sindacati e dalla burocrazia ministeriale romana avrà più alibi.