Christian Greco: "Addio Olanda, scommetto su Torino" Roma, 22 giugno 2014 - GLI ULTIMI 17 anni dei suoi 39, Christian Greco li ha trascorsi scavando come archeologo a Luxor piuttosto che a Saqqara e insegnando egittologia nelle università olandesi. Ha curato progetti in mezzo mondo e quando, a febbraio, gli è stato offerto l'incarico (a tempo determinato) di direttore del Museo Egizio di Torino, non ci ha pensato un attimo e ha mollato il posto (a vita) di curatore della sezione egizia del museo di Leiden. Calato nella realtà italiana, pare un marziano: se rimarrà, vorrà dire che l'Italia è cambiata. Professor Greco, guardandola dall'estero come giudica la capacità del Belpaese di amministrare i propri beni culturali? «Che vuole che le dica, in Italia la cultura e la ricerca sono state a lungo considerate un peso. Quasi tutti i miei compagni dell'università sono ripiegati all'estero. La maggior parte dei miei studenti di archeologia sono italiani e greci: le pare logico che uno che ha la fortuna di nascere in Italia debba andare in Olanda per studiare archeologia?». No, come lo spiega? «Soprattutto col fatto che in Italia non ci sono finanziamenti adeguati. Poi, spesso le nomine sono clientelari e chi lavora è schiacciato dalla burocrazia, per cui se vuoi fare una cosa devi chiedere alla Sovrintendenza locale, che chiede a quella regionale, che poi interpella Roma...». In Olanda, invece? «In Olanda la meritocrazia funziona. Ma, attenzione: un sistema meritocratico non garantisce il posto fisso. Io ogni anno ero valutato da una commissione internazionale di esperti, perciò potevo avere un aumento di stipendio come essere licenziato». Una rivoluzione del genere in Italia è possibile? «Beh, il decreto cultura annunciato dal ministro Franceschini è una vera rivoluzione. E il mio caso personale lascia ben sperare». Ci racconta il suo caso? «Non conoscevo nessuno: sono stato scelto sulla base del curriculum da esperti e manager internazionali di una commissione presieduta dal rettore di Basilea». Possibile? «Possibile. Ma perché il mio non sia un caso eccezionale occorre in primo luogo che le istituzioni si domandino cosa debba fare un grande museo». Cosa deve fare? «I pilastri sono quattro. Deve avere una concezione integrata della conservazione della collezione che amministra; deve assolutamente fare ricerca, perché solo così potrà valorizzare i beni che gestisce». Cosa non facile, da noi. «Lo so, in Olanda i musei sono un completamento dell'università, non una cosa a parte. E infatti, a differenza dell'Italia, lì il ministero della Ricerca coincide con quello dei Beni culturali». Gli altri due pilastri? «La didattica integrata con la comunicazione: non ci sono solo le scolaresche, occorre comunicare i propri contenuti con percorsi differenziati che soddisfino le esigenze dei visitatori più disparati». E infine? «La gestione: i grandi musei devono potersi autofinanziare, perciò occorrono capacità manageriali. Soprattutto, anche per garantire i finanziatori privati, occorrono rigidi criteri di valutazione». Ad esempio? «Mi lasci prima dire che trovo sbagliato che i direttori di grandi musei siano gerarchicamente subordinati alla Sovrintendenza. La Sovrintendenza dev'essere un partner. E ciascuno dev'essere responsabile di ciò che fa. Lo dice anche Renzi: "Io ci metto la faccia, ma se sbaglio pago"». Perciò? «Perciò bisogna che il lavoro di tutti i direttori di grandi musei e di chi amministra lo straordinario patrimonio culturale italiano sia valutato almeno ogni quattro anni da una commissione composta da esperti di tutto il mondo». Anche per evitare ingerenze politiche... «Certo, se le nomine sono politiche, e se poi il nominato deve assumere le persone che vuole il politico di turno, non si va da nessuna parte. Se non fosse per la passione che anima molti dirigenti, i beni culturali italiani avrebbero già chiuso i battenti da tempo. Ma è chiaro che così non si può andare avanti». Occorrono risorse. «Ovvio. Io amministro il secondo museo egizio del mondo dopo quello del Cairo, ma dispongo solo di quattro archeologi: il dipartimento di egittologia del Louvre ne ha 35, le pare logico? Perciò confido che il ministro Franceschini prosegua nella direzione indicata: con criteri chiari e la possibilità di valutare il lavoro svolto, la collaborazione tra pubblico e privato è fondamentale».
Sì ai meriti, no alle nomine politiche. Siamo schiacciati dalle procedure
Christian Greco, archeologo e ex direttore del Museo Egizio di Leiden, ha lasciato l'Olanda per accettare l'incarico di direttore del Museo Egizio di Torino. Greco ha criticato l'Italia per la sua gestione dei beni culturali, affermando che la cultura e la ricerca sono state a lungo considerate un peso e che i finanziamenti sono insufficienti. Ha anche criticato il sistema di nomina dei direttori dei musei, che è considerato clientelare e burocratico. Greco ha proposto quattro pilastri per migliorare la gestione dei musei: la conservazione della collezione, la ricerca, la didattica integrata con la comunicazione e la gestione.
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