INCASTONATA nella "selva oscura" dei Monti Ernici, cento chilometri a sud di Roma in provincia di Frosinone, a 825 metri di altitudine, la Certosa di Trisulti è un eremo fuori dal mondo e dal tempo. Costruito nel 1202 per volere di papa Innocenzo III, nei pressi di una precedente abbazia benedettina, il monastero è passato nel corso dei secoli dai Certosini alla Congregazione dei Cistercensi. Monumento nazionale dal 1873, nonostante gli interventi di ristrutturazione e di restauro realizzati fino a una decina di anni fa, oggi questo straordinario complesso medioevale rischia di essere scoperchiato e di rimanere a cielo aperto. Ecco un altro pezzo di storia d'Italia e d'Europa minacciato dalla mancanza di fondi e dall'oblio. A prima vista, la Certosa si presenta in tutta la sua imponenza mistica e solitaria. E in realtà, con una superficie complessiva di circa 15mila metri quadri coperti, appare più un borgo che un convento. Ma è all'interno degli edifici che si possono vedere in diversi punti i tetti pericolanti, in parte già caduti sotto il peso della neve, sostenuti a malapena da assi e cavalletti: negli anni Settanta, i vecchi coppi di terracotta furono sostituiti da tegole meno resistenti e il ghiaccio le ha spaccate fino a provocare numerose infiltrazioni. Se non s'interverrà tempestivamente, alla prossima forte nevicata i crolli potrebbero ripercuotersi sui solai dei piani inferiori, causando danni ancora più gravi. Al momento, la custodia e la manutenzione sono affidate a cinque monaci ultrasettantenni che, oltre a pregare e dire messa, lavorano quotidianamente come guardiani, muratori, manovali, giardinieri. Ma evidentemente è una condizione precaria, destinata a non durare a lungo: i finanziamenti statali si sono ridotti ormai a poche migliaia di euro all'anno e per le spese ordinarie i sacerdoti devono attingere alle loro magre pensioni. «La situazione è problematica», conferma l'architetta Anna Ciavardini, la funzionaria della Soprintendenza di Cassino che cura la Certosa insieme alle vicine abbazie di Casamari e di Subiaco: «Qui non sono mai arrivati molti soldi. In Italia, anche i monumenti devono essere raccomandati! Da quattro anni ho inviato una segnalazione al ministero e se ne passano altri quattro i tetti si sfonderanno». Non si lamentano più di tanto i cinque monaci cistercensi guidati da padre Ignazio, il priore, che sta lì da cinquant'anni. E anzi, prodigano ospitalità e allegria. L'isolamento non compromette il loro buonumore, l'attaccamento a quel luogo incantevole in cui probabilmente il rapporto con Dio diventa più intimo e diretto. All'epoca del suo fulgore, la Certosa ospitava una piccola comunità di più di cento persone, tra preti, novizi e artigiani. Tant'è che, oltre alla chiesa barocca dedicata a San Bartolomeo (con gli affreschi danneggiati dall'umidità) e alla Foresteria in stile romanico-gotico, entro le antiche mura del complesso si trovano anche una Biblioteca con 36mila volumi e una splendida Farmacia del XVIII secolo, decorata con "trompe-l'oeil" realistici d'ispirazione pompeiana e arredata con mobili del Settecento: negli scaffali sono esposti ancora i vasi in cui venivano conservate le erbe medicinali. La volta a crociera della sala principale è stata affrescata da Giacomo Manco, mentre il delizioso salottino d'attesa è impreziosito dai dipinti dell'artista napoletano Filippo Balbi. Un gioiello di farmacia antica che meriterebbe di diventare un "Luogo del cuore" del Fai o di ricevere comunque il patrocinio di un tutor. Borgo, convento, seminario, scuola pubblica, meta di pellegrinaggio o di turismo alternativo, nella sua lunga storia la Certosa di Trisulti è sempre stata un centro di vita e di attività. La sua originaria vocazione culturale meriterebbe di essere ripristinata, magari attraverso un programma di incontri, convegni, manifestazioni in grado di richiamare un pubblico interessato ai temi della spiritualità, dell'arte, della salute o dell'erboristeria. Non possono essere, però, i cinque monaci superstiti a far rivivere questo angolo di paradiso in terra. Occorrerebbe un progetto organico dei Beni Culturali, condiviso possibilmente con le Soprintendenze interessate. La Certosa era una delle quindici tappe della "via benedicti" che portava da Norcia a Rocchetta al Volturno, attraversando tre regioni: l'Umbria, il Lazio e il Molise. Sulle orme di san Benedetto, quel suggestivo itinerario fra le abbazie, i monti e i boschi della Ciociaria non va cancellato dalla nostra storia e dalla nostra memoria.