«L'Art bonus è un provvedimento rivoluzionario. Eravamo dei paria nel mondo che ci circondala legge sul mecenatismo esiste in tutta Europa, negli Stati occidentali, ma non c'era nel nostro Paese»: il plauso all'azione del ministro di Dario Franceschini è uno dei punti centrali dell'appassionato discorso di Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma, agli Stati Generali della Cultura organizzati dal Sole 24 ore ieri a Roma. Un intervento articolato, in cui Emanuele ha espresso soddisfazione per norme che aprono finalmente la strada all'arrivo di un manager accanto al sovrintendente ( «Avrà competenze gestionali per la valorizzazione del bene») e ha lanciato una provocazione: «L'articolo 9 della Costituzione dovrebbe essere riscritto». Menzionando in maniera esplicita la vocazione alla crescita del patrimonio italiano: «C'è stata un'evoluzione storica, economica e - perché no - anche intellettuale del nostro mondo dal momento in cui la legge costituzionale è stata varata. Il patrimonio diffuso e parcellizzato deve diventare, con il contributo delle comunità locali, nella mentalità e nei comportamenti conseguenti di tutti, non soltanto il bene più prezioso da tutelare ma uno strumento di valorizzazione e di accrescimento dell'economia del nostro Paese». Emanuele ha poi messo sul piatto un tema fondamentale, che è ritornato con frequenza nel corso della mattinata e che è centrale nel Manifesto per la Cultura, all'origine del dibattito degli Stati generali: quello della formazione, sulla quale vanno concentrate le risorse. «Bisogna ricominciare a far studiare ai giovani la storia dell'arte, come ho avuto io il privilegio di fare», ha detto, e poco dopo il ministro Stefania Giannini accoglierà la proposta. Infine, sul rapporto tra pubblico e privato, permane lo scetticismo di chi vede il privato « considerato come un corpo estraneo, come un elemento di disturbo: credo che la via corretta - ha detto il presidente della Fondazione Roma - sia quella di uno Stato che detti le regole, possibilmente non ostili, non burocratiche, che controlli la loro attuazione, ma che gestisca sempre meno».