II suo intervento è stato l'ultimo, e ha regalato alla platea degli Stati Generali della Cultura, ieri mattina a Roma, una bella e importante notizia: lo studio della storia dell'arte sarà esteso a tutti i licei. Stefania Giannini, ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, non si è limitata a un annuncio generico, ha quantificato la spesa: «Ci costerà più o meno 25 milioni di euro all'anno. Sapete a quanto ammonta il budget del Ministero dell'Università? 51 miliardi all'anno. Ce la ha detto tra gli applausi dell'Auditorium Conciliazione. «Non è pensabile - ha spiegato la Giannini - che oggi solo chi sceglie il Liceo classico o nasce in una famiglia che ha una biblioteca familiare con centinaia o migliaia di volumi possa arrivare in età adulta ad avere una sensibilità per l'arte e magari farne, in qualche caso, anche un mestiere: per questo a partire dal biennio saranno introdotte delle ore che poi cresceranno per il triennio sia delle scienze umane sia nell'istituto turistico». L'annuncio, che ha accolto la proposta avanzata proprio poco prima dal presidente della Fondazione Roma Emmanuele Emanuele, è una prima risposta offerta nel quadro di un'impostazione diversa, che guarda al ministero dei Beni Culturali come il naturale interlocutore con cui dialogare e «dare ai nostri giovani, i moltissimi giovani che si iscrivono ancora - Dio li salvi, lasciatemi dire da umanista - a facoltà che sembrano perdenti, quelle umanistiche, la prospettiva non solo di trovare un posto nella società, ma di avere un lavoro adeguato alle loro competenze, facendone un motore di sviluppo del Paese». Per questo il primo passo è rafforzare la dimensione teorica, e accanto allo studio della storia dell'arte il ministro ha citato quello della musica («non possiamo dimenticare non solo che nelle arti liberali, nell'Alto Medioevo, grammatica, scienza e musica erano le tre ancelle di un unico convivio dell'intelletto, né che questo è il Paese di Puccini e di Verdi: deve tornare a essere protagonista sulla scena internazionale») affermando che c'è un impegno anche su questo fronte. Ma la collaborazione e la sinergia con il collega Dario Franceschini si concretizzano anche sull'alternanza scuola-lavoro, che in un ambito come la cultura è un problema spinoso o avvertito come tale. Del resto, le stesse provocatorie parole della Giannini l'hanno confermato, subito dopo: «Questo rapporto deve essere diffuso nel Paese perché o diciamo ai nostri studenti che il settore umanistico è un hobby, uno studio che amplia le loro conoscenze ma che non ha un possibile sbocco professionale - cosa che in un Paese come questo è veramente paradossale - oppure dobbiamo fare una cosa semplice, cioè costruire dei percorsi regolari e continui a partire dalla facoltà dei Beni culturali, che è nata 15 anni fa e che sembrava dover diventare il laboratorio orafo d'Italia nel piano degli studi umanistici, ma che purtroppo si è drammaticamente rivelata una delle tante fabbriche di disoccupati». Nel sottolineare l'unione naturale tra cultura e istruzione, peraltro, Giannini ha allargato lo sguardo all'Europa (l'Italia assume la presidenza della Ue dal 1 luglio), dove questo abbinamento è radicato in molti Paesi, e ad altri contesti internazionali a partire da un organismo come l'Unesco nel quale convivono anche scienza e ricerca: «Fanno parte dello stesso pacchetto, della stessa struttura portante della società e sono la base per il suo sviluppo». Non poteva mancare un cenno al capitolo tagli, che è entrato un po' in tutti gli interventi degli Stati generali, con citazioni di Winston Churchill a più riprese («Ma allora, per che cosa combattiamo?», ha ricordato Dario Franceschini). Giannini ha dichiarato di essere stata vittima di tagli lineari quando era in altra posizione (è stata rettore dell'Università per stranieri di Perugia fino al 2013), non solo pervia «di una politica necessaria di rigore e di austerità, ma anche per una scelta politica. O quanto meno per l'inconsapevole, o più consapevole, principio secondo cui la cultura e l'istruzione sono percorsi tra di loro separati e che non corrispondano né a un valore economico, né a un valore di sviluppo del Paese. Questo non possiamo e non vogliamo permettercelo». Il ministro ha chiuso con una nota di ottimismo, citando la traccia del tema di italiano alla maturità sul "rammendo delle periferie" tratta dall'articolo di Renzo Piano pubblicato sulla Domenica del Sole 24 Ore: «È stata scelta da un terzo dei ragazzi: vuoi dire che possiedono una sensibilità che li ha portati a riflettere sulla bellezza fragile del Paese, sulla volontà di fare della periferia un luogo che possa tornare a essere il motore dello sviluppo. Noi dobbiamo solo aiutarli a potenziare questa sensibilità».