"Il marketing non è una bestemmia, allontaniamoci dalle ideologie. Perché scegliere fra tutela e valorizzazione del patrimonio artistico? Se vogliamo che i turisti vengano in Italia, dunque se vogliamo valorizzare la nostra storia, allora dobbiamo anche tutelarla investendo". Dario Franceschini, accasatosi alla corte di Renzi giusto in tempo per essere ripescato in qualche carica alla faccia dell'ormai defunto mantra della rottamazione fiorentina, arriva all'Imt di Lucca da ministro dei beni culturali e del turismo e ribadisce quanto detto fin dalla nomina: con la cultura ci si può mangiare e, anzi, noi italiani dobbiamo farlo perché di meglio non abbiamo. Sembra ne abbia anche per le soprintendenze, ma è solo una breve illusione: "I soprintendenti? Hanno troppi incarichi, non ce la fanno, vanno fatti riavvicinare alla ricerca, quindi all'università. Nelle decisioni sui musei, allora, affianchiamoli a storici, archeologi, gente esperta per professione". Certo, tanto politichese da parte di Franceschini e qualche fatto come l'Art bonus, il quale, porgendo la mano ai privati, permette di detrarre, per il momento, il 65 percento delle donazioni fatte a musei, biblioteche, teatri e, in definitiva, ai principali microcosmi della cultura. Alla fine, però, serve pure qualcuno che nella cultura e nei suoi beni ci creda, investa, dato che lo Stato finora non l'ha mai fatto. Ci pensano certe fondazioni, sicuramente quella della Cassa di risparmio di Lucca che, sulle sole Mura, ha già riversato 7 milioni. Ma basterà il privato per rinverdire quello che, inteso come beni architettonici lasciatici da un passato lontano, dovrebbe, in effetti, essere il fiore all'occhiello dell'Italia nel mondo? Roma e Pompei e non solo loro, intanto, crollano a pezzi, ma alla maggior parte delle persone sembra non importi. Il motivo quale è? Come mai tanto distacco, da parte del Paese e dei politici, verso i beni culturali? Alla fin fine, ciascuno a suo modo, i relatori presenti nel pomeriggio nel complesso San Francesco, dove era appunto invitato Franceschini, hanno cercato di rispondere soprattutto a questo quesito. Il convegno ha visto la verve soprattutto di Sabino Cassese, giudice della Corte costituzionale e professore emerito alla Normale. Dopo di lui sono intervenuti Lorenzo Casini, docente di diritto amministrativo alla Sapienza, Maria Luisa Catoni, docente a Imt di storia dell'arte e archeologia, e, infine, Salvatore Settis, presidente del consiglio scientifico del Louvre. Nomi di un certo livello, dunque, ciascuno proponente un punto di vista, un'idea. Il più fuori luogo è sembrato proprio Franceschini. Banale il suo attacco, pur senza citarlo, a Berlusconi, quando ha additato la colpa della distruzione della cultura italiana a 20 anni di tam tam politico-televisivo. A parte che saranno minimo 30, la cosa, sì, può aver senso, ma significa pure che dall'altra parte dello schermo c'è stato qualcuno ben felice di usare i libri come poggiapiedi. E il problema, infatti, è proprio questo, il disinteresse. Meglio Settis, senza dubbio, che non ha bisogno di fare politica per vivere e ha parlato chiaramente di un'Italia meglio ancora, di una classe dirigente schizofrenica, senza sinergia operativa tra un luogo e l'altro, che un giorno fa una legge in favore della cultura e quello dopo una contro. Anche Cassese, sobrio, elegante, un piacere ascoltarlo, ha dato la propria visione sulla malattia terminale che ha colpito la cultura italiana, focalizzandosi sul filo che la lega alla pubblica amministrazione. Parlando, in sostanza, di troppa formazione ancorata al passato e incapace di guardare all'innovazione, ai tempi moderni. Una formazione dirigenziale che finisce, inesorabilmente, per creare frustrazione. "Bisogna modernizzare la formazione amministrativa considerandola parte di un processo di cambiamento generale dell'amministrazione ha affermato altrimenti lo studio rischia di rimanere isolato e di non servire a nulla. Si perde solo tempo se non si considera la formazione come la tessera di un mosaico più vasto" E mentre il ministro dell'istruzione, la lucchese Giannini, ha assicurato poche ore fa 25 milioni per far tornare in tutte le scuole la storia dell'arte; e mentre Settis, ancora dal complesso San Francesco, si è chiesto perché miur e ministero di Franceschini non siano un tutt'uno e, sibillino, anche perché sia sparita la dicitura 'pubblica' dall'istruzione italiana; e mentre lo stesso Franceschini ha promesso che gli universitari dei beni culturali e affini lavoreranno e studieranno sul campo, un po' come fanno i colleghi di medicina; ecco, dopo tante parole l'unico fatto certo è che, fra il centinaio di persone presenti nel pomeriggio a Imt, ad avere meno di 30 anni erano non più di cinque o sei. La verità è che il futuro della cultura italiana, per un motivo o per l'altro, è tutto in questi numeri e niente sembra poterlo cambiare davvero.
Franceschini riscopre l'economia di mercato, ma il suo stipendio resta quello statale
Il ministro dei beni culturali e del turismo, Dario Franceschini, ha detto che il marketing non è una bestemmia e che la cultura è importante per l'economia. Ha anche affermato che i soprintendenti dei musei hanno troppi incarichi e dovrebbero essere riavvicinati alla ricerca e all'università. Franceschini ha anche parlato dell'Art bonus, un programma che permette ai privati di detrarre le donazioni fatte ai musei. Il convegno "La cultura in pericolo" ha visto la partecipazione di diversi esperti, tra cui Sabino Cassese, Lorenzo Casini, Maria Luisa Catoni e Salvatore Settis. I relatori hanno discusso sulla distruzione della cultura italiana e sulla mancanza di interesse per i beni culturali.
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