Qualcosa si muove nel mondo della cultura: in Parlamento c'è un decreto legge che aspetta di essere convertito e che contiene diverse novità di peso. Dopo anni di dibattiti è stato congegnato un incisivo meccanismo di agevolazioni fiscali per cittadini e imprese che vogliano aiutare il patrimonio; nei musei si attende l'arrivo di esperti di marketing in grado di valorizzarne le risorse (risorse che, tra l'altro, ora non si perdono più nei meandri della contabilità statale ma vengono riassegnate a chi le ha prodotte); si mettono sul piatto più soldi come segno di un atteggiamento che cambia e che dai tagli vuole virare sugli investimenti. Insomma, un cantiere che si è messo in moto. Tra mille difficoltà, prese di posizione, contrarietà, richieste di aggiustamenti, ma si è avviato. È in questo contesto che ieri si è svolta a Roma all'Auditorium Conciliazione la terza edizione degli Stati generali della cultura, una manifestazione che ha preso le mosse dal Manifesto della cultura pubblicato a febbraio di due anni fa dal Sole 24 Ore. "Niente cultura, niente sviluppo": era questo lo slogan lanciato dal Manifesto e che poi si è articolato in vari interventi sul quotidiano e nel dibattito pubblico innescato dagli appuntamenti annuali degli Stati generali. Un grido d'allarme che pian piano ha fatto breccia. A ottobre dello scorso anno era arrivato il decreto legge voluto dall'allora ministro dei Beni culturali, Massimo Bray, provvedimento ribattezzato Valore cultura. Un segnale che la difesa e valorizzazione del patrimonio non era più una Cenerentola, un settore in cui operare solo tagli alla ricerca di risorse per riequilibrare il bilancio pubblico. Già l'uso della decretazione d'urgenza è stato un esplicito indicatore. Quel decreto è, però, rimasto per larga parte inattuato per la cattiva abitudine del legislatore di ricorrere ai regolamenti applicativi. Vizio che l'ultimo decreto legge messo a punto dall'attuale responsabile di via del Collegio Romano, Dario Franceschini, ha voluto evitare. Tant'è che l'Artbonus, la norma che riconosce il credito d'imposta del 65 a chi aiuta l'arte e che dà il tono all'intero decreto, è già operativo. Ecco perché chi ieri si è interrogato sulla questione posta dagli Stati generali "Parola chiave: valorizzare il patrimonio. Ora o mai più" non ha mancato di sottolineare con soddisfazione il passo avanti compiuto. «C'è ancora molto da fare ha commentato il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano ma la strada è stata segnata». E ha ricordato quanto Alcide De Gasperi disse alla Scala di Milano all'indomani della sua designazione a capo del Governo: l'Italia ha due sole forze, il lavoro e la cultura, e devono camminare di pari passo. E non può essere altrimenti per un Paese con il nostro passato, da cui si deve trarre l'energia per guardare al futuro. «Sono stato di recente ad Amsterdam, una città ha aggiunto Napoletano che esprime creatività. Certo, l'Olanda ha avuto il Seicento, ma l'Italia di secoli importanti ne ha avuti tanti». Tutti ci riconoscono questa enorme eredità, che finora abbiamo ignorato o non valorizzato a dovere. Cultura e sviluppo era fino a ieri uno slogan buono per ogni convegno a tema. Niente di più. Per questo è nato il Manifesto del Sole, chiedendo tra l'altro che l'insegnamento della storia dell'arte non abbandonasse le aule scolastiche. E ieri è arrivato, anche su questo versante, un impegno del Governo: il ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini, ha spiegato che continuare a studiare il Bello costa 25 milioni l'anno, sui 51 miliardi di euro che rappresentano il budget del ministero. Insomma, si può fare..