Ne parliamo con Alessandro Triulzi, docente a Napoli di Storia e istituzioni dell'Africa: «Nel 1947 l'Italia si impegnò a restituirla ma per sessant'anni non successe nulla. Solo nel 1997 con il presidente Scalfaro il governo si mise all'opera» Per il leader etiopico Melles l'arrivo dell'obelisco ha assunto anche una valenza politica intema, dopo la disastrosa guerra con l'Eritrea e una società civile desiderosa di democrazia e crescita economica Nella giornata di lunedì l'ultima parte della stele di Axum è finalmente tornata in patria, cioè in Etiopia, dove i fascisti la portarono a Roma dopo l'occupazione del paese africa-ne. Si conclude dunque una vicenda che ha conosciuto non pochi ostacoli. Con il professor Alessandro Triulzi, docente di Storia e istituzioni dell'Africa presso l'Università di Napoli L'Orientale, ripercorriamo un po' le tappe di una storia partita appunta durante il Ventennio. «Naturalmente apprendo con grande piacere la notizia dell'arrivo dell'obelisco in Etiopia - dice lo studioso - ma la valutazione della vicenda resta assai più complessa. La stele di Axum è stato un puro e semplice bottino di guerra trafugato per ordine di Mussolini dall'Etiopia ormai occupata dalle truppe italiane in base a un presunto diritto di conquista. E di preda. Fu trasportata su camion militari lungo l'altopiano etiopico dalla sua sede originaria, Axum, l'antica capitale della civiltà etiopica, fino al porto di Massaua in Eritrea. Qui fu imbarcata su una nave e trasportata via mare fino a Napoli. Di qui a Roma, dove fu rimontata di fronte a quello che doveva essere il Ministero dell'A.o.i. (Africa Orientale Italiana) e che è ora il complesso della Fao a Piazzale di Porta Capena a Roma, appena oltre il Circo Massimo. Doveva dimostrare agli occhi del mondo -aggiunge Triulzi- la rivincita su Adua, il segno del dominio italiano sull'Etiopia vinta, il simbolo di una presa di possesso e del trionfo imperiale dell'Italia mussoliniana.» Che cosa successo dopo la caduta del fascismo? «Dopo la guerra, e la firma del Trattato di Pace del 1947, l'Italia si era impegnata a restituire beni e oggetti trafugati durante la breve occupazione etiopica (1936-1941). Non lo fece. I vari governi italiani che si sono succeduti da allora a oggi si sono sempre rifiutati di onorare l'impegno assunto formalmente nel Trattato di Pace fino a questi ultimi anni. Malgrado l'impegno non sia mai stato formalmente rinnegato, fu solo nel corso di una visita di Stato dell'allora Presidente Scalfaro, nel 1997 (l'anno prima il governo italiano si era rifiutato di partecipare alla commemorazione per il centenario della battaglia di Adua), che tra varie polemiche e proteste (di An, di Sgarbi, del Ministro Urbani, e di singoli parlamentari della destra) il governo italiano si accinse all'opera. Senza grande fretta o impegno tuttavia. Furono formate varie Commissioni miste per accertare costi e modi del trasporto, inviati tecnici, predisposte perizie.» Un iter burocratico creato ad arte, non crede? «Infatti ogni volta la stele sembrava più pesante e più difficile da trasportare. Forse semplicemente da restituire. Occorsero interventi diretti del Governo etiopico, nel 2000 e poi ancora nel 2001, fino a quando, nel 2002 ilConsiglio dei Ministri del governo Berlusconi dette il via all'operazione di ritorno della stele. Quest'ultima, dopo essere rimasta "armata" per lungo tempo in una apposita impalcatura, e sottratta alla vista di turisti e curiosi (fu perfino colpita da un fulmine che ne mozzò la punta attirando ulteriori polemiche sulle sue sorti) fu infine segata in tre punti, da aggiungere a quelli originali, e tenuta a lungo in un deposito della polizia. Fu solo dopo una recente e tempestosa visita del Primo Ministro Melles Zenawi a Roma, agli inizi di quest'anno, che sono stati reperiti i fondi (circa 10 milioni di euro) e il mezzo di trasporto (un Antonov) per trasportare la stele sul posto. Il primo troncone doveva partire il giorno 13. Ma c'è stato un ulteriore rinvio. Poi è riuscita a decollare, e ora è tornata a casa. La sua casa.» Molto spesso sono stati addotti motivi di carattere tecnico per giustificare i continui rinvii... «E anche questa volta, apparentemente, il motivo "tecnico" è stato l'assenza di una apparecchiatura radar adeguata presso l'aeroporto di Axum. Ma la vicenda dei rinvii è tutta costellata da una serie infinita di motivi, sempre "tecnici", e mai dichiaratamente politici. Che invece hanno presieduto all'intera vicenda. Si ha l'impressione che i vari governi, di sinistra e di destra, non si siano mai veramente impegnati nella vicenda e abbiano cercato di trattenere la stele in Italia per un motivo o per un altro. Alcuni di questi motivi erano anche validi: l'incertezza obiettiva delle conseguenze del doppio spostamento e dei ripetuti tagli della stele, il cambiamento di clima, la condizioni di conservazione della stele, ecc. Si è anche sostenuto che l'Italia avrebbe potuto contribuire con altri mezzi al ri-pristino dell'area archeologica di Axum, e che la stele, restituita simbolicamente all'Etiopia, avrebbe potuto rimanere a Roma ed essere così visitata da milioni di turisti, ecc. Tutti ragionamenti utili, questi, ma in realtà dilatori e peregrini perché sempre accompagnati dall'indifferenza del governo, dei media e dell'opinione pubblica. La stele era ormai diventata un impegno morale e politico su cui si basano le relazioni trai due paesi, e ogni tentennamento rispetto agli impegni assunti, particolarmente da quando a Addis Abeba c'è un governo a guida tigrina (Axum è nella regione del Tigray), è stato interpretato come un pericoloso indietreggiamento nei rapporti tra i due Stati.» Il ritorno della stele è stato utilizzato da Addis Abeba anche per finalità politiche interne... «In Italia non ci si è reso conto di quanta importanza il presente governo di Melles, e l'opinione pubblica colta del paese, hanno annesso al ritorno della stele, particolarmente dopo l'esito disastroso del conflitto con l'Eritrea, una guerra vinta sul campo di battaglia ma persa diplomaticamente con l'assegnazione all'Eritrea, da parte della Commissione internazionale di arbitrato, della cittadina di Badmelungo il confine con il Tigray. Melles in particolare ha contato sul ritorno della stele per rinverdire intorno a un sim-bolo unitario l'unità del paese spezzata da conflitti e rivalità nazionalistiche e dai mancati traguardi raggiunti nelle sfide dello sviluppo cui non ha certo giovato il costosissimo conflitto con l'Eritrea. Probabilmente ritiene che le cerimonie previste per l'arrivo della stele potranno creare un clima politico di adesione al governo tigrino di cui Melles ha molto bisogno, tanto più in previsione delle prossime elezioni che si terranno a giorni, premuto com'è da gruppi oltranzisti per la ripresa delle ostilità con l'Eritrea, e dalla società civile che chiede più crescita economica e più democrazia. Le stesse relazioni con l'Italia, al di là dei "buoni" rapporti diplomatici mantenuti con Addis Abeba, sono state in realtà molto tese negli scorsi anni, sia durante il conflitto con l'Eritrea, che ha fatto emergere in Etiopia una memoria antitaliana e antieritrea risalente al periodo coloniale, sia durante i continui rinvii dell'obelisco. A ciò si devono aggiungere le malaccorte prese di posizione di esponenti del governo italiano in questi ultimi anni che, mentre favorivano il ritorno in Etiopia dell'obelisco di Axum, ne sminuivano la portata e il dovere di restituzione definendo il ritorno della stele come "un dono", e non un obbligo, del governo italiano.