Chiude il Musée de l'Homme. Terminato lo smantellamento delle collezioni, ad aprile le casse contenti 400 mila oggetti verranno inviate in depositi privati in attesa dell'apertura del Musée des Arts Premiers e con il rischio di finire sul mercato. L'atto finale dello scontro che, dal 1995, ha opposto il Musée de l'Homme al faraonico progetto del «Musée des Arts Premiers» è iniziato ai primi di marzo col rapido smantellamento delle collezioni del prestigioso Musée de l'Homme: operazione-lampo che si concluderà il 20 aprile. Contro ogni aspettativa, che prevedeva un sensato sincronismo tra l'apertura del nuovo complesso museale e la chiusura del Musée de l'Homme, lo smantellamento è stato brutalmente anticipato: a fine aprile le casse contenenti i 400 mila oggetti delle collezioni del Musée de l'Homme saranno avviate verso i depositi che dovranno ospitarli, in attesa dell'apertura del nuovo museo prevista per il 2004. Un'accelerazione che, unita all'opacità che circonda l'operazione di trasferimento, appare particolarmente inquietante. Se il nuovo museo é già in costruzione sul lato sinistro della Senna, restano vaghi i progetti sulla sua utilizzazione e la sua stessa denominazione (dopo le riserve sull'iniziale «Musée des Arts Premiers», continua a essere malignamente definito «le musée flou»). Nonostante le proteste di studiosi e intellettuali, si stanno rapidamente svuotando le gallerie che ospitano le collezioni africane; seguiranno le altre sezioni. Le collezioni saranno affidate alle cure di una non sempre precisata gestione privata, in attesa del verdetto finale che offrirà alle opere «di prestigio» l'indiscussa consacrazione estetica garantita dal nuovo museo. Opere protette dallo statuto di inalienabilità previsto per il patrimonio pubblico, ma che le nuove disposizioni espongono al rischio di un declassement che permetterebbe di inserire nel circuito commerciale. La natura aleatoria dei rapporti tra spazio museale e mercato privato è emersa in numerose occasioni: come dichiarava il ministro della cultura Aillagon all'epoca della sua direzione al Centro Pompidou, «gestire una collezione consiste nel comperare e nel vendere». Argomento particolarmente scottante per la cosiddetta «arte primitiva». La «marcia verso la privatizzazione» legata alle nuove disposizioni governative riguarda tutto il patrimonio artistico, ma i musei a vocazione etnografica appaiono particolarmente esposti. Come denuncia il combattivo Comité Patrimoine et Résistence, le opere classificate con la non rassicurante etichetta di «oggetti etnografici» (un consigliere scientifico del futuro museo rébuts, scarti) troveranno scarsa ospitalità nelle suggestive scenografie del nuovo museo. Insieme al Musée de l'Homme sparirà una pagina esemplare di pratica museale al servizio di un progetto a un tempo scientifico e civile: lo studio e la comprensione dell'uomo «nella sua globalità». Terreno d'incontro e confronto tra popoli e civiltà diverse, nella vita quotidiana, nell'organizzazione del lavoro, nei rituali religiosi, il Musée de l'Homme ha costituito un importante strumento di pedagogia civile e di ricerca (con i tre laboratori di etnologia, preistoria, antropologia e una ricca biblioteca). E la sua identità si lega strettamente alla sua stessa storia. Nasce infatti come risposta all'ideologia colonialistica alla base della grande Esposizione del 1931. Sotto la direzione di Paul Rivet, il vecchio museo di etnologia del Trocadero diverrà, in occasione dell'Esposizione Universale del 37, il Musée de l'Homme, inaugurato nel 38. In opposizione alle teorie biologiche e alla gerarchizzazione delle culture che si stavano affermando in Europa, il progetto costitutivo del Musée de l'Homme consisteva nello studio, la comprensione, il rispetto dell'uomo nella sua diversità etnica e culturale. Sarà Rivet, direttore del museo dalla sua fondazione, a creare il bollettino Race et racisme (1937-39), contro le «teorie razziste di certi paesi». Nel 35 Rivet diverrà il presidente del Comité de Vigilance des Intellectuels Antifascistes e, a partire dal museo, nasceranno le prime strutture della Resistenza. Il Musée de l'Homme è insieme «lieu de mémoire» e luogo di confronto metodologico tra discipline nate da una comune matrice: lo studio e la comprensione «degli oggetti creati dall'uomo». I più umili manufatti della vita quotidiana, quindi, assieme alle più stupefacenti invenzioni formali: oggetti potenzialmente disponibili sia alla lettura etnologica che al giudizio estetico, ma tradizionalmente rivendicati da due diverse discipline e metodologie scientifiche e destinati, per un'irriducibile consuetudine, a due criteri espositivi rigidamente distinti. Come già notava nel 1930 Georges Henri Rivière (allora vice-direttore del Musée Ethnologique del Trocadero e futuro direttore del Musée des Arts et Traditions Populaires), l'eccezionalità del museo etnografico poteva permettere di trattare con uguale attenzione «l'artistico» e «il non artistico», «mescolando in un assurdo bazar dei monumenti d'arte uguali o superiori a quelli di Prassitele o di Verrocchio con i più spregevoli prodotti dell'industria umana». Sconveniente mescolanza, a cui Rivière proponeva sarcasticamente (e con lucida preveggenza) una serie di rimedi: «Si dovrebbe costruire al più presto un Louvre per sistemarci i bei pezzi d'arte primitiva'. Su un piedestallo di legno d'amaranto, in uno splendido isolamento, disponibili alle illuminazioni più raffinate, coscienziosamente depilati, sbarbati, lucidati s'innalzeranno i capolavori dell'arte africana, polinesiana o atzeca, di fronte a cui le guide-poeti potranno abbandonarsi ad alati ditirambi, mentre squadre di copisti si prepareranno a portare ai quattro angoli del mondo l'estetica del selvaggio rigeneratore». Il primo atto di quella profezia si è già compiuto. Senza attendere il «nuovo Louvre», 70 opere selezionate dalle collezioni del Musée de l'Homme, sono state accolte, nell'aprile 2000, al Louvre. Data memorabile, salutata come la caduta di una barriera culturale: «les arts primitifs», «l'art nègre» trovavano posto di fianco ai capolavori racchiusi nel sancta sanctorum dell'arte europea. Dove il sapiente uso delle «illuminazioni raffinate» e dei «piedestalli d'amaranto» proposti da Rivière, assicuravano la fruizione estetica delle sculture (e anche, pare, la qualità delle loro quotazioni sul mercato).