Come vice commissario la mia attività ha avuto il plauso della Corte dei Conti; non ho partecipato alle gare e gli stessi puntellamenti sono stati seguiti dal Comune. Come privato, ho partecipato a varie gare senza vincerne alcuna. Mi sento più vittima che un soggetto che ne ha potuto trarre benefici". Era il 13 dicembre scorso quando Luciano Marchetti a Il Messaggero commentava così la sua iscrizione nel registro degli indagati della Procura dell'Aquila. Non si parlava ancora di arresto, fino a ieri, quando il gip ha emesso nei suoi confronti e di altri un'ordinanza di misura cautelare ai domiciliari. Proprio a lui che è riuscito a resistere in quell'harem degli imprenditori, che era diventata l'Aquila dopo il sisma. Nominato con Guido Bertolaso vice commissario per la ricostruzione dell'Aquila dopo il terremoto del 2009, era stato confermato anche quando il capo della protezione civile di quegli anni aveva lasciato ed era diventato presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi. Marchetti ha superato anche la bufera di polemiche che si sollevò quando venne pubblicata la notizia che il suo nome era presente nella "lista Anemone", quell'elenco che raccoglieva tutti gli interventi edili (di ristrutturazione e ricostruzione) fatti dall'imprenditore negli uffici pubblici e case private. "Ho sempre pagato ogni tipo di lavoro" si era difeso allora l'ex vicecommissario, spiegando che "La cosiddetta 'Lista Anemone' é composta da 450 clienti, qualcuno ha pagato, qualcuno forse ne ha ottenuto benefici, qualcuno si è fatto comprare l'appartamento, forse. Tutte queste cose vanno prima provate io ho pagato i lavori, a me non interessa nulla degli altri 449". L'ex direttore regionale per i Beni Culturali nel Lazio viveva e forse vive ancora (sulla posta delle lettere ci sono ancora i nomi di entrambi), con la sua compagna Francesca Nannelli, al secondo piano nella centralissima strada romana, via del Governo Vecchio. L'immobile è di proprietà di Propaganda Fide e Francesca Nannelli nel 2005 era responsabile del procedimento per il finanziamento erogato alla Curia dalla società Arcus Spa, di proprietà del Tesoro ma controllata dai ministeri dello Spettacolo e delle Infrastrutture. Il Fatto ha pubblicato una lettera datata 16 dicembre del 2005 e inviata alla donna da Monsignor Francesco Di Muzio, allora capo dell'amministrazione di Propaganda Fide proprio per giustificare uno dei contributi. Ma questa è un'altra storia. I personaggi, invece, a volte ritornano. Val. Pa.