Le concessioni sono più di ventimila. Gli operatori balneari: sì all'acquisto, ma riservato a noi I chilometri balneabili sono 5.000 e il 70 per cento si trova al Centro e al Sud. «Si tratta di un'autentica macchina per fare soldi, il mercato per un'eventuale vendita c'è» dicono gli esperti. Mettici innanzitutto l'immancabile ombrellone, con tanto di lettini. E mettici pure il baby park, il campo di bocce, il ristorantino vista mare e la balera in pineta. «A somme fatte, il valore economico delle spiagge italiane si aggira intorno ai 13 miliardi di euro: circa l'l del Prodotto interno lordo» valuta la società di ricerche economiche Nomisma. Almeno stando ai dati «certificati» del 2001. «Perché, se si prende poi in considerazione l'ultimo rapporto sul turismo italiano, la stima sale a 18 miliardi di euro» anticipa Massimiliano Bondi, respon-sabile Turismo della società. Ma attenzione, mette in guardia l'Unione Europea: l'erosione riduce il valore delle coste italiane proporzionalmente ai metri quadrati di sabbia portati via dalle onde. «Quattro chilometri quadrati di spiagge sono già stati divorati dal mare», denunciano i responsabili del progetto comunitario Eurosion. «Per una perdita di 4 miliardi di euro all'anno: lo 0,3 per cento del Pil», stimano i ricercatori dell'Osservatorio sull'erosione costiera. Quasi ottomila chilometri di coste. Cinquemila balneabili (per il 70 al Centro e al Sud). Ma soprattutto: 11.573 concessioni in regola (per un totale di 29 milioni e 637 mila metri quadrati vincolati) e altre 10.639 (quasi il 50, concentrate al Sud) da accertare. Vale a dire: «Le spiagge italiane sono una autentica macchina per fare soldi, il mercato per un'eventuale vendita delle spiagge c'è» concordano gli addetti a lavori. Che si dividono però sulla validità (non etica, ma puramente economica) della proposta del vicepremier Tremonti di vendere le spiagge ai privati per rilanciare il turismo del Sud. Innanzitutto i ricercatori di Nomisma: «Un conto è vendere le spiagge (anche se all'estero la tendenza va da tempo in senso opposto: il pubblico compra per garantire la tutela ambientale), un altro è allungare la durata delle concessioni», afferma Bondi. Da sei anni a 50 o 100? «Il sistema, oggi inadeguato, frutterebbe di più. Ma il punto di partenza non può che essere la quantificazione del valore delle spiagge a livello locale». C'è poi il «partito dei possibilisti» («purché nel rispetto dell'ambiente»): stabilimenti balneari, albergatori, tour operator e costruttori edili. «Tra i 14 mila stabilimenti balneari in Italia il mercato c'è, purché non sia libero» spiega Riccardo Borgo, presidente del sindacato Sib. «Sì, insomma: bisogna pur tenere conto di chi ha investito una vita in uno stabilimento, magari ereditato dai genitori. Servono regole chiare e condivise, o si rischia l'assalto delle multinazionali». Gli fa eco il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca: «Bisogna permettere alle piccole e medie imprese, già presenti sul demanio, di competere con le grandi dando loro la priori-tà». Sospettosa nei confronti degli «aeroporti a 4 piste» Assotravel: «La domanda internazionale si va orientando verso prodotti di nicchia integrati con la natura e l'enogastronomia». Un «niente paura» arriva però dal gruppo Alpitour. «Per come sono gestite oggi le nostre spiagge lo sbarco di tour operator internazionali non può che fare bene al turismo» taglia corto il presidente Mauro Piccini. «E poi quella di Tremonti è una provocazione. Certo che se ci fosse la possibilità... Sì, saremmo interessati, nell'ottica di una valorizzazione del territorio». E spiega: «Perché non è questione di privatizzare ma di rendere fruibili spazi che oggi non lo sono. Ma va detto: di per sé una spiaggia non crea turismo. Servono alberghi, infrastrutture. E quindi altre concessioni». A partire da quelle edilizie? «Beh, non certo sulle spiagge: le leggi lo impediscono» interviene Claudio De Albertis, presidente dell'associazione costruttori edili. «Prima delle spiagge c'è ben altro da vendere... Ma, se alienazione è sinonimo di valorizzazione, a noi sta bene: più gente in spiaggia vuoi dire più alberghi e infrastrutture da costruire».