Ma è davvero così scandalosa l'idea di privatizzare le spiagge, messa sul piatto da Giulio Tremonti nella sua intervista al Tg5? Ieri i commenti si sono rincorsi, e i più sarcastici non sono stati necessariamente gli esponenti dell'opposizione. Se per Nichi Vendola si tratta, con affondo efficace ma un po' scontato, di una boutade " da ultima spiaggia", anche Pisanu, Lombardo, Fiori, Briguglio si sono uniti al coro dei fischi, Il ministro dell'Interno è stato particolarmente abrasivo: «Ora i padri del meridionalismo possono riposare in pace». In modo più posato, alcuni hanno fatto notare che già oggi gli stabilimenti balneari operano su concessione, ragion per cui quello che il vicepremier propone è, di fatto, un prolungamento di quelle stesse concessioni fino a 99 anni. Di "vendita" non si può parlare, ma l'obiettivo è ottenere un effetto non diverso. Non solo dal punto di vista dei quattrini incamerati dallo Stato: si vuole "fare cassa", l'ex titolare del ministero dell'Economia è stato chiarissimo. Ma soprattutto per quel che riguarda gli incentivi con i quali qualsiasi imprenditore è chiamato a confrontarsi. L'importanza dei 100 anni Di che cosa c'è bisogno per fare investimenti duraturi ed importanti? Di una certa "sicurezza" nei possessi, di sapere che le migliorie che apporto non mi verranno strappate al primo soffio di vento. Concessioni più lunghe acuiscono gli istinti imprenditoriali, rendendo conveniente impegnarsi per rendere più appetibile la propria offerta. Se so che del lavoro che io compio oggi potrebbe beneficiare in capo a cinque anni un'altra persona, diffìcilmente mi impegnerò al massimo. Se invece è chiaro che quello a cui mi sto dedicando resterà "mio" per cent'anni, la questione è ben diversa. Già ora chi frequenta uno stabilimento balneare paga per farlo. Ed è giusto che sia così: si sta comprando, a tutti gli effetti, un servizio. La spiaggia non si spazza da sola, qualcuno pulita la deve tenere. E la natura fornisce il mare, ma non la cabina per cambiarsi, il lettino, l'ombrellone, e i bagnini. Che tutto questo non debba costare nulla, anzi debba essere garantito dallo Stato (come se poi lo Stato elargisse regali: non è così, e lo sa bene chi paga le tasse) , è una tesi talmente assurda da non trovare riscontro neppure nella realtà delle cose odierna -prima della "privatizzazione" (fra virgolette) auspicata da Tremonti. Facilissima profezia: saremo inondati da un fiume di sondaggi. Ci racconteranno che sono pochissimi quelli pronti a riconoscere una goccia di buon senso al vicepremier. Lasciateci proporre, sommessamente, un sondaggio diverso. Sarebbe il caso di chiedere a quegli stessi italiani che si stracciano le vesti, che mugugnano al bar, che gridano al demanio violato e al governo traditore, dove preferiscono andare in ferie. Al lido comunale sotto casa, che ha cambiato gestione tre volte in cinque anni, dove c'è solo un biliardino scassato e a bordo costa bottiglie di birra vuote sfilano in processione. Oppure in uno stabilimento privato e dignitoso, dove la mattina ti aprono l'ombrellone e rassettano la sedia, dove ti fidi a lasciare il borsello in cabina? O magari in un villaggio vacanze, privatissimo, una sorta di club, sabbia impeccabile, personale cordiale, sdraio deluxe? Un'altra domanda al popolo degli scettici. Preferiscono che le nuove infrastrutture di cui parla Tremonti siano finanziate attraverso imposte più alte? Insomma, teniamoci spiagge rigorosamente pubbliche, continuiamo a rinegoziare frequentemente le concessioni, e tassiamo di più non gli operatori del turismo, ma tutti quanti, per rifare il trucco al Meridione? E' meglio pagare (verosimilmente, poco, perché non c'è nulla come un mercato autentico per abbassare i prezzi) quelle volte che si va in spiaggia, o pagare di più, tutti, perché le nostre spiagge siano più frequentate? Nessun tabù Le risposte dovrebbero essere ovvie, immediate. Poi certo la polemica politica di provocazioni incrociate deve nutrirsi. Però, tolte le lenti dell'ideologia, non c'è nessuna ragione per cui la "prìvatizzazione" delle spiagge dovrebbe essere un tabù.