Al governo Renzi "lista nera" con 152 segnalazioni. Ma in realtà sono più del doppio: «Progetti vecchi, mancano i dati» I "nipotini" del PonteDalle dighe faraoniche (Blufi e Pietrarossa) fino all'ospizio di Sutera, il lungo elenco di sprechi Catania. Del Ponte sullo Stretto, nella lista ufficiale, non c'è traccia. Un "fuori quota" delle opere fantasma, la madre di tutte le incompiute: 4,6 miliardi di euro il costo stimato dieci anni fa dal Cipe; spesi 350 milioni di euro (fra progettazione e attività della società Stretto di Messina, sciolta nel 2013 da un decreto del governo), al netto delle cause risarcitorie che verranno. In compenso, nella stessa lista, c'è molto altro, seppur non tutto. Persino la casa albergo di Sutera. Un micro-spreco da 1.400 euro, che fa quasi sorridere se si pensa alle mangiatoie-mungitoie padane degli ultimi tempi. Nel centro del Nisseno è stato realizzato il 17,51 del paradiso per vecchietti, per completare il quale ci vorrebbero 2,3 milioni. Ma è soltanto il progetto che ha sprecato meno soldi. L'ultimo. Di un elenco talmente sterminato da far incoronare la Sicilia come la regione record delle incompiute. In tutto 150 cantieri mai finiti, quelli citati da Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, oltre la metà dei 395 incompleti in tutta Italia, secondo i dati forniti dal governo Renzi. Una cifra, quella siciliana, che corrisponde cosiddetta "Anagrafe delle Opere Incompiute" della Regione: 152 per la precisione. Dentro c'è un po' di tutto. Centinaia di alloggi popolari, strade, fognature, depuratori, zone artigianali, scuole, ospizi, impianti sportivi, messa in sicurezza di quartieri dei centri storici. Un totale di 335,5 milioni già bruciati, ne servirebbero altri 216,3 per ultimare i lavori, salvo - è proprio il caso di dirlo - complicazioni. La (vera) lista nera della Regione Ma la prima notizia sapete qual è? Che l'elenco comunicato dalla Regione al ministero delle Infrastrutture il 17 dicembre del 2013 comprende soltanto una parte delle opere pubbliche siciliane finite in malora. Già, perché basta dare un'occhiata al precedente monitoraggio (aggiornato al 31 dicembre 2012) per leggere ben 302 voci. E allora cos'è successo in appena un anno? La Sicilia lumaca, in un brulicare di ruspe e di gru, s'è trasformata in una lepre da cantiere riuscendo a completare 150 progetti? «No, effettivamente non è proprio così», conferma Fulvio Bellomo, a capo dell'Ufficio speciale di coordinamento delle attività tecniche e di vigilanza sulle opere pubbliche. Il dirigente dell'assessorato regionale alle Infrastrutture ammette che «nessuna delle opere inserite nel monitoraggio del 2012 ha completato gli stralci previsti». E allora la differenza come si spiega? «Col fatto che il regolamento attuativo nazionale impone di richiedere alle stazioni appaltanti dati molto più specifici. Quando l'abbiamo fatto, molti ci hanno dato risposte incomplete e qualcuno s'è pure giustificato dicendo che le incompiute in questione, alcune risalenti agli anni 70 e '80, erano talmente vecchie che ormai non si trovavano più nemmeno i progetti originari dai quali poter trarre gli elementi chiesti per il monitoraggio». E quindi, riportando indietro il nastro, alle 302 opere ci vorrebbero 356 milioni di euro per completarle, dopo aver speso circa 700 milioni. Ma l'elenco non finisce qui. Perché il lavoro di monitoraggio dell'assessorato regionale alle Infrastrutture, partito nel 2010 e quindi in anticipo anche rispetto alla legge nazionale che è del 2012, ha finora riguardato soltanto alcuni tipi di stazioni appaltanti: Comuni, Province, Iacp e Consorzi Asi. «Il prossimo passaggio - anticipa Bellomo - sarà tracciare una mappa delle altre incompiute, rivolgendoci ad enti nazionali con lavori in Sicilia, enti regionali, Asp e aziende ospedaliere con una particolare attenzione a ospedali e opere irrigue». E quindi la lista nera è destinata ad allungarsi a dismisura. Quella siciliana - ultima, assieme alla Sardegna, a lavare i propri panni sporchi al ministero delle Infrastrutture - è comunque una delle Regioni più "oneste" nella comunicazione dei dati al ministero. Perché è davvero ridicolo - giusto per fare un paio di esempi, i più clamorosi - che la Lombardia non segnali il famigerato svincolo di Desio (il cui tracciato finisce nel bel mezzo della campagna padana) o che il Lazio non inserisca la Città dello sport di Tor Vergata, nella quale sono stati bruciati sette anni e 400 milioni per restare con poco più di un pugno di mosche in mano. Gli scheletri della vergogna Incompiute highlander, tanto vecchie da poter aspirare alla competenza dei Beni culturali: sono scheletri storici, pilastri d'arte. Monumenti intitolati all'incapacità siciliana. Come la bretella che doveva collegare i monti Iblei alla Ragusa-Catania, mirabilmente raccontata da Antonio Fraschilla nell'edizione palermitana di Repubblica: la strada è perfetta, c'è il guardrail, la segnaletica aterale, le strisce sull'asfalto. Ma, subito dopo la curva panoramica, la grande sorpresa (con pericolo annesso) è che s'interrompe all'improvviso. Su un muretto di terra. Quattro miliardi spesi, tutto fermo dal 1990. Unico effetto collaterale positivo: i luoghi, a cavallo fra i confini ragusani e catanesi, sono talmente incantevoli, con vista su un suggestivo laghetto (artificiale), da essere diventati un belvedere bucolico, punto di riferimento interprovinciale per centinaia di coppiette in cerca di intimità. Incrociando i due elenchi della Regione gli scandali sbucano da ogni colonna della tabella Excel. Con le motivazioni più disparate: centinaia di contenziosi con le imprese, mancanza di fondi per completare l'opera, lavori aggiudicati e mai consegnati, ditte fallite prima di iniziare i lavori; ma anche apocalittiche «calamità naturali» (come la strada comunale Calatafimi Segesta-Bosco Angimbè) o per inquietanti «problemi giudiziari» (la strada intercomunale per collegare la Provinciale Aidone-Mirabella Imbaccari con la Statale 288). C'è anche una sfilza di «occupazione abusiva degli alloggi», come in molti immobili Iacp di Palermo, ma in questo caso si tratta di finte incompiute: ci avranno pensato gli abusivi stessi a finire le case. Alcuni casi ormai hanno fatto letteratura. Le dighe, innanzitutto. Miraggi mangiasoldi nella Sicilia assetata. L'invaso di Blufi, sulle Madonie, faraonico dispenser di 22 milioni di metri cubi d'acqua alle province di Agrigento, Caltanissetta ed Enna, ha invece prosciugato le casse di Stato e Regione. Circa 260 milioni di euro dal 1989 a oggi, nonostante il devastante impatto sul territorio non fosse una previsione da palla di vetro. Ma c'è ancora chi ci spera. Secondo il Registro italiano dighe "basterebbero" altri 155 milioni per finire la diga di Blufi. La gemella di sventura è la diga di Pietrarossa, al confine fra il Calatino e l'Ennese. Ancor più beffarda, perché completa al 95 con 70 milioni di euro spesi, ma lavori fermi dal 1997; rimpallo di responsabilità fra Regione e soprintendenza, scontri fra agricoltori e ambientalisti. Quante possibilità ci sono di reperire i 53 milioni necessari, mettere d'accordo tutti e completare l'invaso da 35 milioni di metri cubi? Le capitali mondiali dell'horror Per la gioia dei fotografi amanti del genere fantasy-horror c'è poi il viadotto costruito alla fine degli Anni 80 a Siculiana, in provincia di Agrigento per collegare la stazione ferroviaria (a servizio di una linea ormai dismessa a scartamento ridotto tra Agrigento e Castelvetrano) alla città senza attraversare la Statale 115. Il primo lotto è costato sei miliardi di lire. Il Comune nell'ultimo Prg aveva proposto di riqualificarlo facendone una sorta di giardino pensile, progetto che però la Regione ha cassato. E ai posteri resta il poster della strada che finisce sul cielo. Una cartolina che ha già fatto il giro del mondo. Proprio come le due incontrastate capitali delle incompiute siciliane, fenomeno da baraccone per i media internazionali. Parlare di Giarre è sin troppo scontato: nove opere da manuale dell'ingegneria del grottesco. Dal teatro comunale (pensato nel 1952, costruito fuori asse, quattro progetti diversi e un pozzo di soldi) al parcheggio multipiano senza uscita, fino alla piscina olimpionica inutilizzabile perché lunga 49 metri anziché 50, al campo da polo da 20mila posti, alla pista per macchinine radiocomandate, tralasciando palacongressi, bambinopoli, centro anziani e mercato dei fiori. Un tesoretto di 50 milioni consumato nei decenni. E infine Sciacca, dove - a parte l'ordinaria incompiutezza di un museo, due chiese, un albergo, una piscina e un ospizio - lo scandalo è il teatro di cemento progettato da Giuseppe e Alberto Samonà, in attesa da 36 anni. Fa bella mostra nei cataloghi d'architettura, ma ora, dopo 25 milioni spesi, non c'è nessuno disposto ad affrontare le spese di gestione (500 mila euro l'anno) per aprirlo. La lista potrebbe continuare quasi all'infinito. Anche perché, grazie al lavoro di "incompiutosiciliano. org", che invita i cittadini a segnalare le opere per creare una mappa virtuale aggiornata in tempo reale, si scoprono anche le chicche dietro l'angolo. Ma un punto, alla fine, dobbiamo pure metterlo. La stima finale sulle incompiute siciliane è di almeno 350 opere, con circa 1,7 miliardi di euro che ballano fra fondi già spesi e risorse necessarie a completare le opere. Domanda finale: in questo enorme "buco nero" quanti piccoli Mose e quanti micro Expo potremmo trovarci, se qualcuno provasse davvero a metterci le mani? twitter: MarioBarresi 11062014