La più grande delusione della sua vita è in un pomeriggio di afa e di polvere, a metà degli Anni 80. Quando arrivò assieme a sua moglie fino all'ingresso di Pompei: «Chiuso per sciopero». L'indomani sarebbero ripartiti per l'Inghilterra, il pianto della consorte fu inconsolabile: «Ma io sono un'insegnante di Latino - singhiozzava la signora - a adesso cosa racconterò ai miei alunni se non sono nemmeno riuscita a entrare nella città antica? ». Forse fu proprio in quel momento che Andrew Wallace-Hadrill maturò la rabbia necessaria per cambiare le cose. Certo, non conosceva ancora le sliding doors della sua vita, il professore di Studi romani all'Università di Cambridge. Non sapeva che nel 2001 il suo caro amico David W. Packard, erede dell'impero informatico di Palo Alto, l'avrebbe chiamato per diventare il protagonista di una storia di successo di cui adesso parla tutto il mondo. L'hanno chiamato "modello Ercolano". Ovvero: come prendere il sito ARCHEOLOGICo più sgarruppato d'Italia e rivoltarlo come un calzino, in meno di un decennio. Dal degrado alla bellezza, dall'oblio al boom di visitatori. Il nome del progetto è "Herculaneum Conservation Project", una collaborazione tra il Packard Humanities Institute e la Soprintendenza Pompei, con il supporto della British School di Roma, di cui lo stesso Wallace-Hadrill è stato a lungo direttore. Il filantropo Packard mette sul piatto circa 16 milioni di euro in dieci anni e ridà vita alla città grazie a un gruppo di lavoro, tutti under 40 anni, diretti dal prof inglese, assieme a uno staff della Soprintendenza. E così quasi il 90 degli edifici di Ercolano è stato dotato di coperture, aperta al pubblico una decina di case. Messo in sicurezza l'intero patrimonio: affreschi e mosaici sono cacca (di piccioni) "free", le acque piovane canalizzate, il sistema fognario romano ripristinato. Quel che non è riuscito a Pompei, è stato realizzato a 15 chilometri e venti minuti di auto. Stessa soprintendenza, stessa regione, stessa Italia. Laddove, con 80 milioni di fondi pubblici, Marcello Fiori, il commissario imposto dall'ultimo governo Berlusconi nella gestione di Pompei, è riuscito nell'impresa di spendere quasi tutto senza risolvere un solo problema. Il "Prof del miracolo", a Catania per un evento del Cnr, ci ha concesso una chiacchierata. Passeggiando per il chiostro dell'ex monastero dei Benedettini. Mister Wallace-Hadrill, qual è il segreto del suo successo? «Il segreto del successo di Ercolano non è un segreto. Se arrivano finanziamenti notevoli dall'esterno, ciò dà la possibilità di fare le cose per bene. Ma sin dall'inizio mi ricordo che Uzzo, il sovrintendente di Pompei che ha competenza anche su Ercolano, mi disse che non è una questione di carenza di fondi, ma di incapacità di spendere i soldi che abbiamo. Il privato ha il grande vantaggio di poter spendere i soldi bene, non secondo tutti i regolamenti burocratici che rendono la vita impossibile alla Sovrintendenza e ai vari enti. Questa era l'idea dell'inizio: avere la libertà del privato per poter agire e fare le cose necessarie, senza perdere troppo tempo». Ma sui privati nei beni culturali c'è un bel po' di snobismo. Oltre che qualche legittimo successo che non siano proprio disinteressati... «È stato molto difficile far capire che quello filantropico non è un contributo di un soggetto commerciale che vuole trarre vantaggio per se stesso, non è "Tod's shoes" (il riferimento, velato, è alla proposta di Diego Della Valle di pagare il restauro del Colosseo, ndr) , è un'altra idea stranamente del tutto assente in Italia. Fare le cose per convinzione, non per guadagno. È stato la sfida più difficile, quella di dimostrare che il Packard Humanities Institute non cervava né soldi né vantaggi: voleva soltanto salvare il sito di Ercolano». La libertà d'azione, da sola, non basta. Soprattutto se si è incapaci. «Infatti il secondo elemento fondamentale è stato mettere assieme una squadra di specialisti. Stranamente la Sovrintendenza non ha una squadra, ha tanti impiegati messi lì nei posti sbagliati e non ha nemmeno tecnici adatti. Noi abbiamo scelto gli specialisti di ogni settore e li abbiamo avuti sempre presenti. Siamo stati attivi non dico dodici mesi l'anno, ma almeno undici. Giusto perché per voi italiani agosto è sacro... Ancora oggi ritorno una volta al mese per le riunioni. La disciplina è molto utile perché tutti i componenti della squadra possono confontarsi, capire cosa stanno facendo gli altri e collaborare al meglio». Tutto perfetto, molto british. Quasi troppo bello per essere vero. Nessun errore? «No, non è così. Errori ce ne sono stati. Ma abbiamo avuto anche la libertà di cambiare strada nel corso del progetto. All'inizio, ad esempio, ci siamo concentrati su un angolo del sito e poi abbiamo capito che c'erano problemi diffusi su tutto il sito e la soluzione doveva essere complessiva». Ma nella vicina Pompei il degrado è ancora tutto lì. Perché non c'è stato il miracolo? «Per mancanza di personale, per mancanza di una squadra, per un inquadramento legale e burocratico che rende quasi impossibile un'azione efficace». Come si può applicare il "modello Ercolano" alla Sicilia? «La risposta forse la troviamo negli scritti di Camilleri, dal quale sono affascinato. Io e mia moglie siamo arrivati a Comìso (accento che contraddice la citazione di Bufalino, quando diceva che «il mio paese ha un nome sdrucciolo, ndr) . Ma dov'è Comiso? Ho fatto un'indagine con i miei amici inglesi e ho scoperto che nessuno conosceva Comiso, ma tutti conoscono Camilleri. Rileggetelo: è un esempio della cultura continua, non tanto nelle storie del commissario Montalbano quanto negli altri scritti. Lui ha un rispetto profondo per la storia e per la cultura di questa terra» Vuole dire che ci manca proprio questo? «Sì, questo è fondamentale. Rileggete Camilleri! Dovete apprezzare la bellezza profonda, e non quella superficiale, della Sicilia». Ma non vorrà dire che basta che Crocetta e tutto l'assessorato ai Beni culturali rileggano Camilleri e abbiamo risolto tutti i nostri problemi. Non è che ci sta prendendo in giro? «Ma nooo! Dopo aver capito il valore del proprio patrimonio, si è più pronti ad affrontare l'altra sfida: dare la possibilità di fare le cose giuste alle persone giuste». Allora, per riassumere: chiudiamo tutti e diamo tutto ai privati. Ma in Sicilia, oltre a una cosa che chiamano mafia, ci sono pure imprenditori che rubano i soldi dei biglietti, lo sa, mister Wallace-Hadrill? «Dipende da chi sono. Ci sono molti privati che arrivano con gli scopi sbagliati. I soldi sono sempre una tentazione e, nel caso degli scandali in Sicilia, devi avere un sistema di controlli, devi sapere che c'è qualcuno che sta scappando con tutti i soldi della cassa». E con i custodi come la mettiamo? Non bastano mai, sono a rischio anche le aperture nei festivi. «Conosco il problema, perché è comune anche a Pompei. I custodi possono creare molti problemi con gli scioperi. Loro hanno ragione se non sono in numero sufficiente, perché in quel caso non possono accettare responsabilità legali e devono chiudere i siti». La tecnologia e la videosorveglianza possono essere la soluzione? «Ma questo sistema funziona soltanto se la tecnologia funziona. E non sempre funziona, se non c'è l'uomo che la sa controllare. Noi abbiamo subito un furto, ad Ercolano. Ci hanno rubato tutti i tubi di rame. Le telecamere non funzionavano! La tecnologia da sé non è la soluzione, senza uomini capaci e onesti è inutile». Un ultima cosa: ci aiuti a risolvere un dubbio amletico. Noi abbiamo la Dea di Aidone, ma è meglio che la vedano milioni di persone al Paul Getty di Miami o poche decine di migliaia nell'ombelico della Sicilia? «Forse la soluzione è una via di mezzo: se non c'è una contestazione sul titolo, e cioè la Regione non ha più contenziosi con i musei americani o inglesi, allora può prestare i suoi tesori. Oggi il grande pubblico non va ai musei tradizionali, ma alla grandi mostre-evento. Così Aidone può avere la sua statua, tranne nei limitati periodi quando sta fuori, ma magari la Sicilia dovrebbe pretendere dai musei stranieri una campagna di marketing promozionale all'interno delle mostre, così a chi va al British Museum magari viene voglia di venire in Sicilia». twitter: MarioBarresi 09062014
La Sicilia
9 Giugno 2014
SICILIA - Il "mago di Ercolano": Come salvare i tesori siciliani? Rileggete Camilleri
MA
Mario Barresi
La Sicilia
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Bene culturale
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