Alla festa per i dieci anni dell'Istituto dei beni ARCHEOLOGICI e monumentali del Cnr il confronto fra istituzioni e ricercatori. Il direttore Malfitana: «Competenze ed entusiasmo il vero motore». Il presidente del Cnr: «Professionisti col cuore» Ma in fondo cosa volete che sia un decennio per chi ha la responsabilità di mantenere viva la memoria dei millenni? Un attimo, un soffio di fiato. «Però gli imperatori romani hanno sempre festeggiato i "decennalia" e non è un caso», anche perché tornando ai nostri giorni con la macchina del tempo «è un evento da festeggiare, il sopravvivere al succedersi dei governi e dei ministri, alle assurdità della burocrazia italiana e ai tagli dei finanziamenti alla ricerca». E se queste affermazioni escono dalla bocca di Andrew Wallace-Hadrill, docente di Cambridge e protagonista del "miracolo" di Ercolano (da sito degradato a modello virtuoso di fruizione dei beni culturali), allora sì che i 10 anni di attività dell'Istituto dei beni ARCHEOLOGICI e monumentali del Cnr sono un traguardo. Una bella festa. Sobria, con tantissimi giovani e il gotha della ricerca e dell'archeologia italiana. Riflettori sulla sede catanese dell'Ibam (le altre due a Lecce e a Potenza), motore dell'innovazione applicata ai beni culturali con archeologi, storici, architetti, geologi, ingegneri, chimici, fisici ed informatici, in tutto 100 persone. «Questo bagaglio di competenze - afferma Daniele Malfitana, direttore dell'Ibam - oggi consente di sviluppare "in house" ogni tipo di ricerca, di gestirla al nostro interno almeno al 90 per cento e dunque di diventare punto di riferimento per le istituzioni e per i privati, oltre che elemento di sinergia con l'Università». Ribaltando un luogo comune: quello della disponibilità di fondi. «Al calo delle risorse centrali - afferma Malfitana - corrisponde un aumento delle risorse esterne, perché interviene un elemento dirimente: l'entusiasmo di fare ricerca, cercando risorse, rischiando, innovando e puntando sui giovani». Un discorso raccolto dal presidente del Cnr, Luigi Nicolais, che parla di «innovatori come visionari», perché «quello che stai pensando non è ciò che succede, ma ciò che succederà». Dal presidente un attestato «all'Ibam e al direttore Malfitana, dimostrazione di professionisti che ci mettono il cuore», sottolineando il «ruolo sociale del ricercatore». Il dibattito - stimolato dalla regia di Marco Ferrazzoli, capo ufficio stampa del Cnr - è stato esteso. Alla città e alle sue istituzioni di ricerca, con il rettore Giacomo Pignataro «orgoglioso di un rapporto di partnership di alta qualità». E il sindaco Enzo Bianco che estende ancora di più il terreno di confronto, citando «la grande esperienza del Distretto del Sud-est Sicilia, anche in termini di politiche culturali e turistiche», ma soprattutto l'orgoglio dei 44 sindaci che «superando qualsiasi steccato politico si mettono assieme a lavorare sulla valorizzazione dei siti Unesco». Un crescendo che arriva all'assessore regionale ai Beni culturali, Giusi Furnari. Che ammette «la necessità di passare dalla cultura da vedere alla cultura da vendere», contemperando «la necessità della conservazione» e le «ricadute di marketing». Un'occasione per vedere la città "nascosta" con gli occhi degli esperti mondiali. Come il professor Wallace-Hadrill: «Catania è una città greca che non sa di essere una città greca. L'ha dimenticato, forse perché l'archeologia è considerata un ostacolo allo sviluppo. Ogni reperto scoperto è un nuovo palazzo che non si può costruire». La sfida? «Proteggere il passato invisibile e riscoprirlo con le nuove tecniche, a partire dalla geofisica». Una spinta innovativa sostenuta con forza da Giuliano Volpe, presidente del Consiglio superiore per i Beni culturali e paesaggistici del Ministero, portando i saluti di Dario Franceschini, e declinando in più versioni il concetto di «innovare». Tre su tutte: «Andare oltre la visione proprietaria, perché il patrimonio non è degli archeologi, ma dei cittadini»; «superare l'incapacità di comunicare, spiegare, coinvolgere ed emozionare senza banalizzare»; «mettere assieme le risorse di Università, Cnr e Sovrintendenze, creando dei "Policlinici culturali" che vedano protagonisti studenti e ricercatori». Partendo da Catania? «E perché no? ». twitter: MarioBarresi 07062014