ROMA . L'avvocato Giorgio Orsoni, poi sindaco di Venezia e ora agli arresti domiciliari, ha un vecchio conto con il Mose. Fra il 1999 e il 2000 chiese e ottenne, per conto di alcuni clienti, che il Tar del Veneto sospendesse il decreto con il quale due ministri della Repubblica, Edo Ronchi (Ambiente) e Giovanna Melandri (Beni culturali), dichiaravano che il Mose non aveva superato la Via, la valutazione di impatto ambientale. Una bocciatura secca, pronunciata da una commissione tecnico-scientifica del ministero dell'Ambiente che si era avvalsa anche di altissime consulenze internazionali. Il Tar diede però ragione all'avvocato Orsoni e ai suoi clienti (fra i quali i coltivatori delle valli da pesca della laguna). Il motivo? Un vizio di forma: il ministero per i Beni culturali aveva fornito un parere negativo nonostante quello positivo di una soprintendenza. Nella memoria di alcuni protagonisti di quella vicenda resta anche il giudizio di uno dei magistrati del Tar: la Via non è necessaria perché il Mose altro non è che una diga. Una diga ben costosa (5 miliardi e mezzo di euro), l'opera pubblica più grande in Italia. Che, spiega Andreina Zitelli, docente di Analisi e valutazione ambientale all'Istituto universitario architettura di Venezia e membro di quella commissione Via, non ha mai superato gli esami sulla sua funzionalità e sul fatto di essere innocua per l'ambiente. Prima del "no" pronunciato dalla commissione Via, giudizio negativo l'aveva espresso nel 1991 anche il Consiglio superiore dei lavori pubblici. «In parole povere», insiste Zitelli, «il Mose è un progetto tecnicamente e complessivamente sbagliato », andato avanti senza confronti con altri modelli e ottenendo le autorizzazioni della Regione Veneto e del Magistrato alle Acque con i sistemi che la Procura mette ora in luce. La commissione Via lavorò per diciotto mesi e concluse i lavori a dicembre del 1998. La conclusione: il Mose ha un impatto disastroso sugli equilibri lagunari, non garantisce funzionalità e manifesta problemi insormontabili nella gestione. Nel documento finale si legge che il Mose «comportando un sempre più elevato numero di chiusure (delle paratoie, n. d. r.), non è in grado di governare le maree più frequenti e medio-alte, se non a danno della portualità e dell'aperto e continuo scambio tra mare e laguna». Scambio fondamentale e «ragione della sopravvivenza del mosaico ambientale ed antropico che definisce la natura stessa della laguna». Inoltre il progetto viene considerato tecnicamente inaffidabile: il moto ondoso fa vibrare le paratoie non garantendo una chiusura ermetica alle acque. E, infine, costosissimo. Le ultime parole del documento suonano inappellabili: il Mose non è «compatibile con le attuali condizioni di criticità dell'ecosistema di riferimento, comprendente la laguna, la città di Venezia, il relativo bacino scolante». La validità di quel documento fu sospesa dal Tar, interpellato anche da Orsoni. Ma non è mai stata smentita da altre acquisizioni tecnicoscientifiche. E le tangenti hanno continuato a far galleggiare il Mose.
Quando Orsoni guidò la causa per battere i veti ambientalisti
L'avvocato Giorgio Orsoni ha chiesto al Tar del Veneto di sospendere il decreto che dichiarava il Mose non superato la Via, valutazione di impatto ambientale. Il Tar diede ragione a Orsoni e ai suoi clienti, affermando che il ministero per i Beni culturali aveva fornito un parere negativo nonostante quello positivo di una soprintendenza. La commissione Via, che aveva lavorato per diciotto mesi, aveva concluso che il Mose aveva un impatto disastroso sugli equilibri lagunari e manifestava problemi insormontabili nella gestione. Il progetto era considerato tecnicamente inaffidabile e costosissimo.
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