Dall'opposizione al governo tutti contro l'uscita del vicepremier. Pisanu lo irride: così il Sud è a posto... Bassolino: un'idea che non sta nè in cielo nè in terra. E anche tutte le associazioni ambientaliste dicono «no» Invece di sostenere le piccole imprese balneari del Mezzogiorno, si apre tutto ai grandi gruppi di potere ROMA Le spiagge italiane valgono 13 miliardi di euro, l'1 del Pil. La stima è dell'istituto di ricerca Nomisma che piazza il mare e le nostre coste al primo posto nella classifica dei motivi che spingono i turisti a scegliere il Belpaese. La stima è approssimativa, ovvio, ma non bisogna sottovalutare il rischio grave di erosione che corre il lungomare e, dunque, una certa «svalutazione». Questo per dire che tutelare il patrimonio delle coste sarebbe un enorme vantaggio per tutti. Proviamo a immaginare se le spiagge fossero concesse agli enti pubblici, anziché ai privati, come suggerisce Tremonti. Nomisma ha preso in considerazione sei spiagge: Gabicce mare, Senigallia, Civitanova marche, Porto Sant'Elpidio, Tarquinia e Ostia lido. Poi, ha scelto Senigallia: «La lunghezza media risulta pari a 56 metri, il valore per metro quadrato si assesta sui 26 euro, che su una costa di 1.500 metri produce un fatturato di oltre 2,1 milioni di euro». Se si amplia una spiaggia di 35metri si avrebbero a disposizione 52.500 metri quadrati di spiaggia in più, con un valore di 23 euro al metro, per un ricavo di quasi 1 milione di euro. Mezzogiorno bye bye. Proviamo a immaginare lo scenario che si delineerebbe se invece si aprisse il mercato - andando contro il dettato costituzionale che prevede l'inalienabilità dei beni demaniali - ai privati. Chi potrebbe permettersi l'acquisto delle coste italiane? Lemultinazionali. La mafia. Chi potrebbe permettersi una concessione secolare, se non proprio l'acquisto? Ancora loro. «La verità è che il Mezzogiorno è in svendita: nessun investimento, nessun potenziamento delle opportunità che già esistono - dice Giuseppe Lumia, Ds, membro della commissione parlamentare d'inchiesta sulla Criminalità organizzata -. Si rischia con questa proposta di chiudere le porte alla parte sana della Sicilia e di aprirle ancora una volta a chi è pronto a fare affari clientelari e mafiosi». Il dubbio di Lumia è condiviso dal presidente della Confesercenti, Marco Venturi: «Si tratterebbe di un salasso secolare» che darebbe un'unica alternativa, cedere il «passo alle multinazionali e ai potentati economici». E dunque fallirebbe l'altro proposito del vicepremier Tremonti: rilanciare il Mezzogiorno. Di fatto le piccole imprese, spesso a conduzione familiare, che oggi gestiscono le concessioni - che non superano i sei anni - degli arenili, sarebbero tagliate fuori. «Se l'intento del governo è davvero quello di rilanciare il turismo - suggerisce Venturi - sarebbe il caso di riaprire il confronto sigli aumenti dei canoni che già rischiano di compromettere il futuro delle imprese». Allarme Anci. In sospeso, infatti, c'è un aumento del canone del 300. Gli introiti oggi non finiscono nelle casse dei comuni, che danno la concessione, ma in quelle dello Stato. Che per problemi di cassa non dà più una lira alle amministrazioni locali. Ecco perché l'Anci, l'associazione dei comuni italiani, non si lascia tentare dalla proposta. Dice Flavio Zanonato, sindaco di Padova e responsabile infrastrutture dell'Associazione: «Se quella di Tremonti è una battuta, mi auguro che in futuro ci sia l'occasione di tornare a parlare della questione con maggiore serietà. Se è invece una proposta seria, allora bisogna dire che la faccenda si fa inquietante». Alfonso Giannella, sindaco di Vietri sul mare, perla della costiera campana, aggiunge: «Potrebbe avere un senso se gli arenili venissero venduti a prezzi bassissimi o addirittura regalati agli Enti pubblici. Pensare di vendere le spiagge ai privati è invece assurdo: sarebbe un immenso danno ad una intera cittadinanza e a tutti i cittadini italiani». Poteri ai comuni chiede anche il sindaco di Ischia, Giuseppe Brandi, mentre Fabio Granata, assessore regionale di An della Sicilia parafrasando Totò dice a Tremonti: «Ma mi faccia il piacere». E aggiunge, saccheggiando dal suo: «Metta in vendita il Po». Il governatore Antonio Bassolino: «È una proposta che non sta né in cielo né in terra». Costituzione straccia. Disaccordo trasversale: da destra a sinistra, dal Sud al Nord (perché i milanesi e i torinesi vanno al mare nel Sud e in Sardegna). E veniamo all'aspetto costituzionale. A dare una lezioncina al vicepremier ci pensa Vidmer Mercatali, sindaco di Ravenna: «Si tratterebbe di un provvedimento anticostituzionale in quanto si scontrerebbe con il principio di salvaguardia dei beni demaniali: l'arenile e il mare sono sempre stati fruibili da tutti i cittadini. La competenza gestionale, poi, è in capo alle Regioni, che negli anni hanno regolamentato la materia, e quindi anche da questo punto di vista ci sarebbe un problema di natura giuridica». L'urbanista Vezio De Lucia, sempre in prima linea per la difesa del territorio taglia corto: «Non vanno presi sul serio. Quindi io dico: vendiamoci le isole. Capri, per esempio, quanto vale. Vendiamocela e risaniamo il Sud». Legambiente, Wwf, Italia Nostra, Greenpeace, Marevivo e le associazioni di consumatori bocciano senza appello la new entry del Berlusconi- bis.
L'affare "spiagge" vale 13 miliardi di euro
Il governo ha proposto di aprire il mercato delle spiagge italiane ai privati, con l'idea di aumentare il fatturato e rilanciare il turismo nel Mezzogiorno. Tuttavia, l'opposizione e le associazioni ambientaliste hanno reagito negativamente, affermando che la proposta è anticostituzionale e potrebbe portare a una svalutazione del patrimonio delle coste. Nomisma ha calcolato che le sei spiagge scelte potrebbero generare un fatturato di oltre 13 miliardi di euro, ma anche che le piccole imprese balneari del Mezzogiorno potrebbero essere tagliate fuori.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo