VENEZIA E SE , una volta finito l'Expo 2015, al posto dei padiglioni sorgesse un grande cimitero? Un cimitero per tutte le religioni, proporzionalmente distribuito fra cattolici, musulmani, induisti? Il progetto più che un progetto, un divertimento, una prefigurazione immaginaria chiude la sezione dedicata all'Expo nel Padiglione Italia della Biennale. Il disegno, opera dello Yellow Office, non incontrerà i favori di chi da quell'area calcola già di estrarre rendite a tanti zeri, ma proietta un futuro in cui l'architettura è allestimento di spazi per la vita e anche per quel che c'è dopo. E contribuisce a smitizzare un'Expo ammorbata dal cattivo odore delle tangenti che da ieri avvolge (ora anche ufficialmente) il Mose. Il titolo del Padiglione Italia curato da Cino Zucchi è Innesti. E il primo innesto è all'ingresso, dove, richiamando gli archi cinquecenteschi lì accanto, è sistemato un "archimbuto", un portale di metallo ossidato. L'innesto è il criterio con il quale Zucchi ha letto il modo in cui il Novecento italiano ha assorbito la modernità. E Milano, alla quale è dedicata la prima sezione della mostra, gli è apparsa il simbolo di questo metabolismo: non costruzioni nello spazio vuoto, ma, appunto, innesti in un tessuto stratificato. «È questo», secondo Zucchi, «il contributo più originale della cultura progettuale italiana dell'ultimo secolo ». Questione discussa e lacerante: quanto si può innestare in un centro storico? Sono ammissibili certi volumi, certi materiali in ambienti rinascimentali o barocchi? E quali sono gli obiettivi degli innesti, rendere un vantaggio alla città oppure agli investitori? Le vicende sono comunque più antiche e non solo milanesi. Vengono evocate in una grande parete: da Michelangelo sul Campidoglio fino alle novecentesche, misuratissime sistemazioni museali di Carlo Scarpa e Franco Albini, ma anche al megalomane progetto di un Palazzo Littorio di Terragni di fronte alla Basilica di Massenzio (fortunatamente rimasto progetto). È dunque Milano, insiste Zucchi, il laboratorio di punta. Dalla fabbrica del Duomo (esposti i tanti progetti della facciata) alle trasformazioni e al riuso della Ca' Granda, dall'edificio di Piero Portaluppi in Corso Venezia alla Casa Rustici (Lingeri e Terragni) e poi gli interventi di Caccia Dominioni, di Asnago e Vender, Ignazio Gardella e il Padiglione di arte contemporanea, la Torre Velasca e la città che sale, modificando lo skyline. Fino alla stazione finale, raggiunta nella sala dove campeggiano i grattacieli di Porta Nuova che però sono l'emblema di una Milano capofila delle città pensate per parti separate, della deregolamentazione urbanistica e della prevalenza su tutto e su tutti dell'interesse privato (di Salvatore Ligresti, fra gli altri). Gli innesti hanno quindi tanti volti. Quelli della speculazione immobiliare e quelli di chi poi abita gli spazi della città modificati o stravolti, resi più affabili oppure più ostili, capaci di includere oppure di escludere: in una zona laterale del padiglione vengono proiettati trecento video scelti dopo una specie di bando pubblico e che documentano scene quotidiane, un variegato e animato paesaggio collettivo. Dai video con i paesaggi animati si passa, ultima sezione della mostra, al lungo percorso fra i progetti che Zucchi ha selezionato («ma non è una scelta per autori», aggiunge) e che dovrebbero attestare come, sostiene il curatore, l'architettura italiana intervenga in ambienti già definiti, dal punto di vista del paesaggio o dell'edificato, e sappia produrre nuovi contesti. Ottanta immagini: il criterio dell'innesto è quasi sempre visibile, a chi visita il padiglione il compito di misurare, anche sulla propria esperienza, se l'innesto concretizza al meglio il diritto alla città o se invece è un oggetto che si vanta della propria solitudine.