CHRISTIAN Greco, in che cosa consiste il protocollo firmato ieri con i Musei vaticani? «Come ha spiegato la dottoressa Alessia Amenta, curatrice del reparto Antichità Egizie dei Musei Vaticani, il progetto partito nel 2008, condiviso dal Louvre, dal museo di Leyden che dirigevo e dall'Ucla di Los Angeles, prevede che i sarcofagi siamo considerati alla stregua delle opere pittoriche classiche, cito Giotto per esempio. È uno studio diagnostico per immagini, microinvasivo per l'analisi dei pigmenti, che ci aiuta a conoscere da vicino le tecniche pittoriche dell'antico Egitto, specie in relazione al primo millennio avanti Cristo. Uno studio che sarà presto sperimentato sui nostri sarcofagi. Mi fa piacere che ci vengano in aiuto gli Scarabei, che le energie si uniscano e facciano sistema per il bene del museo. Così come sono contento che attraverso due bandi, uno appena concluso, possiamo assumere giovani egittologi che ci daranno una mano in vista dell'inaugurazione del 1 aprile 2015». Le prossime tappe? «Mi sto occupando del progetto scientifico per il riallestimento del nuovo museo, che ho presentato il 23 maggio al comitato scientifico. C'è un filo rosso che lo guida, si chiama "connessione": esprime quello che intendiamo fare, connettere i manufatti con la loro collezione di provenienza, con il contesto archeologico originario, ma anche tra di loro e con la storia della città in cui sono approdati nel 1824: lavoreremo rivolti al bicentenario del museo, che cadrà fra dieci anni». Quando è stato nominato direttore ha detto di volere lavorare con e per Torino: che cosa farà? «Ci piacerebbe allestire una mostra su Torino e l'Egitto, da Drovetti a Champollion, con collegamenti anche al Polo Reale. Ricordando che Carlo Vidua disse a Carlo Felice, per convincerlo ad acquistare i reperti giunti dalla terra dei faraoni, che Torino con quella raccolta sarebbe stata "più dolce e fruibile per i suoi cittadini e anche per gli stranieri". Quei reperti sono qui da quasi due secoli, il museo è cresciuto con gli altri della città. Ma c'è ancora una cosa che vorrei aggiungere ». Ovvero? «Tra gli aspetti che mi interessano, c'è la presentazione di alcuni personaggi legati agli oggetti del museo. È quella che si chiama "prosopografia", la ricostruzione di biografie per aggiungere nuove conoscenze, ancora un discorso di connessioni. Da una visione romantica del museo si passa così a una post moderna».