Il «rapporto Vigevano» - al di là delle proposte avanzate per la protezione del diritto d'autore in Internet - è un'ottima fotografia del problema e dei soggetti coinvolti PPaolo Vigevano, consigliere del ministro per l'innovazione Lucio Stanca, è molto netto: non è la repressione per vie legali che scioglierà il dilemma digitale. In un mondo dei media sconvolto dalle tecnologie elettroniche servono nuovi modelli - magari provvisori - e non può essere lo stato a dettarli; dovranno emergere dai rapporti e dagli accordi tra i diversi e molti soggetti coinvolti. «Dilemma Digitale» è espressione mutuata da un famoso rapporto emesso nel 2003 dal National Research Council americano (www.nap.eduhtmldigitaldilemma) e consiste in questo: le tecnologie digitali e di rete rendono facilissimo diffondere idee e conoscenze, a costi pressoché nulli. Dunque sono una grande occasione sia per la società globale nel suo complesso che per i produttori stessi di beni intellettuali: un libro neozelandese può essere venduto in Finlandia, una radio del Mali può essere ascoltata in India. Nello stesso tempo, ecco il «dilemma»: tanta facilità può avere effetti distruttivi sui legittimi diritti dei creatori-autori, dato che sono esposti, ben più di prima ai predoni, i free-rider, che copiano e diffondono le altrui opere dell'ingegno. Il ragionamento di Vigevano e del ministro sono il frutto di una intensa consultazione con molti dei soggetti coinvolti, dalle case musicali alle tv, dalla Siae a diverse associazioni dei consumatori. Il rapporto completo è disponibile in formato Pdf sul sito del ministero: « I contenuti digitali nell'era di Internet». www.innovazione.gov.ititainterventonormativapubblicazionicdei.shtml. E' una lettura istruttiva per tutti, non tanto per le proposte che emergono - alcune delle quali francamente lasciano perplessi - quanto per la completezza della descrizione dello scenario. In particolare alcune tavole sinottiche, in appendice, mostrano su ogni questione calda le posizioni dei diversi titolari di interesse. Così il campo delle forze e dei conflitti è almeno fotografato con chiarezza, dopo di che ognuno si regoli e si muova al meglio, secondo i propri valori generali e i propri interessi particolari. Se tutte le decisioni venissero approntate con simili e analitiche ricognizioni sarebbe un serio progresso nei meccanismi di decisione pubblica. E' anche un buon esempio di quella trasparenza nei processi di decisione pubblica che tanti invocano e pochi praticano. Lo scenario e le proposte che emergono dal rapporto sono più aperte da quelle seguite dal minsero dei beni culturali: quest'ultimo privo di competenze digitali e molto sensibile alle pressioni della casalinga lobby del cinema, non ha ascoltato ma decretato, producendo un testo pasticciato, ingestibile e fortemente penalizzante per gli utenti-clienti, il famoso «Decreto Urbani». In America come in Italia succede in sostanza che un settore dal peso economico non troppo grande sul Pil, come quello della musica e del cinema riesce tuttavia a esercitare un'influenza grande sulle decisioni pubbliche e legislative, anche a scapito degli altri soggetti industriali coinvolti, come per esempio i produttori di apparati elettronici, gli Internet provider, le case di software, per non dire del grande pubblico. Il limite del «Rapporto Vigevano» sta invece nella poca o scarsa propensione a occuparsi del primo corno del dilemma: cosa può fare la mano pubblica non solo per difendere i diritti del passato, ma per promuovere la creatività diffusa resa possibile dalle tecnologie? Come si favorisce l'emergere di nuovi autori? Due esempi di questo tipo sono raccontate da Gabriele De Palma in questa stessa pagina.