Ma qual è il problema di Pompei?". Mentre faccio questa domanda alla mia esperta guida, Mattia Buondonno, con la coda dell'occhio vedo una donna che fa all'amore. Un gruppo di giovani studenti italiani affolla il Lupanare, il bordello dell'antica città romana. Indicano con il dito, si danno di gomito e cominciano a ridere guardando le immagini il cui scopo era quello di informare i clienti sui servizi offerti dalla casa di appuntamenti nel lontano 79 a. C. Mentre gli adolescenti commentano, una coppia di anziani turisti americani è costretta a farsi da parte. È questo il problema di Pompei. I locali hanno sempre preso la loro città meno sul serio dei turisti stranieri. Mattia Buondonno mi traduce alcuni graffiti di quel mondo antico impressi in latino sulla parete di una delle stanze: "Si divertono tutti", ha scritto un cliente soddisfatto. "Mi sono scopato un bel po' di donne!", ha scritto un altro. Oggi, nell'anno del Signore 2014, dovremmo scrivere sulle pareti che il sito archeologico più famoso del mondo sta crollando sotto il peso della pessima gestione, dell'incuria, dell'oblio e della longa manus della camorra. Questa realtà è testimoniata dagli edifici che crollano, dal furto di opere d'arte e dai cumuli di detriti che quasi impediscono di camminare per le stradine di Pompei. Tutto il mondo si è unito alla stampa locale nel condannare l'Italia perché trascura una delle più importanti testimonianze del nostro patrimonio culturale, un sito considerato dall'Unesco "patrimonio dell'umanità". Ma quanto è grave la situazione? A leggere alcuni titoli si sarebbe portati a pensare a Pompei come a una sorta di apocalittico day after con i cani randagi che azzannano i turisti terrorizzati, le case che crollano sui pochi malcapitati che ancora si avventurano tra macerie e rovine e i motorini parcheggiati in mezzo a quello che resta della città romana. Pioggia e camorra sulla grande bellezza: contraddizioni made in Italy Mi guardo intorno alla ricerca di segni di questo degrado. Vedo alcuni edifici chiusi al pubblico e i danni causati dalle recenti piogge. Un cane randagio mi passa accanto. Non è né magro né affamato. Al contrario ha l'aria di chi ha mangiato troppa pizza. Dopo la mia visita a Pompei incontro Darius Arya, direttore dell'Istituto americano di Cultura romana con sede a Roma. "Scommetto che ha trovato bel tempo", mi apostrofa con un sorrisetto ironico. "Quando c'è il sole è talmente bello che non si notano i problemi", aggiunge. Non è facile esprimere giudizi razionali sullo stato di Pompei anche per l'incredibile fascino che quel posto esercita su di noi. Ma non è solo il sito archeologico. Parlo anche della bellezza dei luoghi, quella bellezza che convinse i ricchi romani a fare di Pompei la loro Ibiza, la meta più esclusiva per chi voleva riposarsi e andare in vacanza. I capricci del meteo aggiungono un tocco di sorpresa allo spettacolo. L'aria riscaldata e resa umida dal vicino mare si addensa sulle pareti del vulcano e sulla catena di montagne verdeggianti che si scorgono a sud-est. Ne consegue una perenne lotta tra l'azzurro del cielo e il bianco delle nuvole che spesso scaricano abbondanti piogge sulla zona. Siamo circondati dalla smagliante, folgorante bellezza del golfo di Napoli, da un lato, e questo paesaggio di sogno, dall'altro. Dai cibi più prelibati dalla tradizione culinaria italiana, da un lato, e lo squallore delle aree urbane controllate dalla camorra, dall'altro. In sostanza la regione assomma in sé il meglio e il peggio dell'Italia, la quintessenza del Paese. In mezzo a tutte queste contraddizioni giace Pompei, il più bel museo del mondo, ma anche una spina nel fianco della reputazione internazionale dell'Italia per il modo in cui viene gestito il suo immenso patrimonio artistico e culturale. Pompei è diventato col tempo un caso internazionale anche se ultimamente si è fatto strada un certo ottimismo. Il nuovo sovrintendente alle Belle Arti di Pompei, Massimo Osanna, è un inno all'ottimismo. Ci troviamo all'interno della Casa dei Cei, una delle più grandi abitazioni di Pompei abbellita da stupendi ritratti di animali. È uno degli edifici nei quali è in corso un intervento di restauro. Secondo il professor Osanna, un sorridente professore di Archeologia dell'Università della Basilicata, la crisi è passata. "Il denaro non è più un problema a Pompei", dice con chiaro riferimento alla pioggia di soldi arrivati dall'Unione europea, principale sponsor del Grande Progetto Pompei. Lo stop della Corte dei conti e il caos delle responsabilità Il Grande Progetto Pompei ha visto la luce nell'aprile del 2012 con uno stanziamento di 75 milioni di euro dell'Unione europea e 30 milioni di euro del governo italiano. Tutti rimasero stupiti della generosità dell'Europa. Ma il denaro a volte risolve i problemi, altre volte li crea. Nell'aprile 2012 è iniziata una corsa contro il tempo per spendere la somma stanziata: i 75 milioni della Ue vanno spesi entro il 2015, in caso contrario faranno mestamente ritorno nelle casse di Bruxelles. In cima alla lista delle priorità la costruzione di un sistema di drenaggio nel 30 della città di Pompei che gli scavi non hanno ancora riportato alla luce. La pioggia particolarmente abbondante negli ultimi anni senza un efficiente sistema di drenaggio verrebbe assorbita e, premendo sulla parte del sito già scavata, provocherebbe ulteriori crolli anche in Via dell'Abbondanza dove nel 2010 è franato un edificio molto grande. Disgraziatamente le solite lentezze burocratiche che affliggono la Pubblica amministrazione in Italia e un intervento della Corte dei conti hanno temporaneamente bloccato gli stanziamenti e il progetto è stato rinviato più volte. "È vero, abbiamo perso del tempo", spiega Osanna. "Ma con tutto questo denaro in ballo è necessario essere certi che tutto sia organizzato a puntino". Osanna e i suoi colleghi ce la faranno a rispettare le scadenze previste? "Sono una persona positiva risponde . Finalmente ho messo insieme un eccellente squadra di 12 architetti e 12 archeologi. Grazie a questa squadra possiamo lavorare in maniera molto efficace". Alcuni critici sono del parere che con queste scelte le cose potrebbero persino peggiorare anche per l'incerto confine tra le responsabilità di Osanna e quelle del rappresentante del governo per il Grande Progetto Pompei, Giovanni Nistri. "È una situazione quanto mai confusa che causa ulteriori perdite di tempo", dice Simone Valente, deputato grillino e membro della Commissione Cultura. Sta di fatto che finora i lavori sono iniziati in appena 5 dei 39 siti da restaurare. I turisti, i "gufi" e la dannazione della Casa dei Gladiatori Nemmeno Darius Arya è ottimista: "È impossibile che riescano a spendere il denaro in tempo. Dovranno restituirlo alla Ue". Osanna preferisce non scendere in polemica, ma risponde: "Credo che in questo momento a Pompei ci troviamo in una congiuntura favorevole". Ricorda che l'ultimo crollo importante, quello della Casa dei Gladiatori, risale al novembre 2010 e che quella data segna un momento di svolta nella storia del recupero di Pompei. "Quel crollo, in un certo senso, è stata la nostra fortuna", dice Osanna. La rabbia nazionale e internazionale provocata da quel disastro hanno portato al Grande Progetto Pompei. "Ora finalmente ci sentiamo appoggiati sia dall'Italia sia dalla Comunità internazionale", aggiunge Osanna. Ci sono stati segnali positivi. A Pasqua l'affluenza di turisti ha toccato dati record e sono stati aperti al pubblico diversi edifici tra cui la Casa di Trittolemo. Secondo Osanna la stampa italiana è troppo dura con Pompei e con chi la gestisce. La mia guida si spinge più in là: "La sensazione è che ad alcuni giornalisti farebbe piacere se l'intero sito crollasse, così avrebbero qualcosa da scrivere". The Independent Traduzione di Carlo Antonio Biscotto