Il David è di nuovo «nudo». Salvo, e con la sua armatura di mattoni improvvisata finalmente in frantumi. In quella foto scattata nel giugno del 1946 c'è tutta l'epica avventura dei Monuments Men». Con il pittore e professore Deane Keller, leader del commando salva-arte americano, fermo ai piedi della statua: gli occhi fissi in alto e le caviglie ricoperte da frantumi e macerie. Non poteva scegliere istantanea migliore lo scrittore Robert Edsel, padre narrativo dei Monuments Men, per la copertina del suo libro che presenta alle 18 di oggi nel Cenacolo Santa Croce. E il secondo capitolo della saga dedicata agli storici dell'arte soldati che compirono da più grande caccia al tesoro della storia»: un pugno di uomini che cercò e salvò, in tutta Europa, i capolavori dell'arte che Hitler era riuscito (o aveva tentato) a portarsi in Germania. L'armatura in frantumi altro non è che la protezione che il soprintendente Giovanni Poggi nel 194o aveva fatto costruire «con frenesia e lucidità» per preservare la statua dai bombardamenti. E insieme al David anche i Prigioni. Prima Edsel ha dato alle stampe Monuments Men, bestseller giunto al primo posto nella classifica del New York Times e tradotto in 25 lingue (in italiano pubblicato da Sperling Kupfer). George Clooney ne ha tratto l'omonimo film uscito lo scorso febbraio. Ora il sequel: Monuments Men: Missione Italia. Se il primo aveva un punto di vista prettamente statunitense e un terreno di scontro in larga parte francese, questo secondo si svolge in Italia e Firenze, trattandosi di arte e dell'amore per l'arte che nonostante la sua barbara furia bellica il dittatore tedesco nutriva, ne è protagonista. E con lei le tante opere d'arte che furono tratte in salvo dalle fauci naziste: oltre 150 solo contando quelle appartenute agli Uffizi. Capolavori come La Primavera di Botticelli, la Madonna di Ognissanti di Giotto, la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello «nascosti» nel castello di Montegufoni. E poi gioielli di Rubens, di Raffaello, di Duccio di Buoninsegna, di Luca Signorelli. Rodolfo Siviero, lo «007 dell'arte», uno dei Monuments Men è il (quasi) grande assente di questo libro. La Storia lo ricorda protagonista, mentre la storia narrata da Edsel lo relega ai margini, appena sfiorato dalla narrazione, dissolto e oscurato dalla preponderanza dell'epopea militare americana. Edsel, uomo d'affari, appassionato d'arte, scrittore, ha scoperto proprio a Firenze questa storia che tanta fortuna editoriale gli sta dando. Membro fondatore dell'associazione Friends of Florence, da 13 anni lavora a questo progetto di ricerca che alla fine lo ha portato a dare vita alla «Monuments Men Foundation». Nata appunto per proseguire l'opera investigativa, perché il lavoro di ricerca, 70 anni dopo la fine della guerra, non è ancora finito. Come dimostra una delle ultime sezioni del libro intitolata «Chi ha visto queste opere d'arte?» e dedicata al proseguimento della missione. Nel «chi l'ha visto?» di Edsel figurano la Madonna del velo di Raffaello degli Uffizi trafugata a Barberino del Mugello (dove era stata spostata per salvarla), il Ritratto di giovane di Hans Memling, sempre degli Uffizi, scomparso a Poppi, il Vaso da fiori di Jan van Huysum proveniente dalla Galleria Palatina e portato via dai nazisti a Montagnana, e altri capolavori ancora. Avvincente come un romanzo di guerra, in alcuni capitoli didascalico per spiegare al lettore medio americano chi erano Botticelli o Raffaello, storicamente dettagliatissimo in alcune parti, la storia comincia da lontano e s'infiamma, dopo aver tracciato la nascita della compagnia militar-artistica, con la visita di Hitler a Firenze e di una sua quasi Sindrome di Stendhal sul Ponte Vecchio. Siamo nel maggio del '38 e da oltre 4 mila davanzali di altrettante abitazioni del centro sventolano bandiere che sposano la svastica nazista e il nostro giglio rosso in campo bianco. Mussolini ha preparato per Hitler un serrato giro tra i capolavori in pompa magna: il drappello con i due capi di Stato parte dal Duomo verso via Tornabuoni, sul Ponte Santa Trinita e poi a Palazzo Pitti, per tornare di qua dall'Arno e dirigersi in piazza della Signoria, in Santa Croce e al piazzale chelangelo. Troppo serrato e rapido per l'alleato tedesco che si ferma pensieroso nel Corridoio Vasariano nei suoi sogni, come si racconta nel primo libro, c'è l'idea di un grande museo personale che raccolga tutto quanto di bello esista nel mondo e lì il suo esperto personale Friedrich Kriegbaum lo intrattiene sulle bellezze di Ponte Santa Trinita. Ma Hitler, seguito a ruota da Goebbels, Mussolini e il soprintendente Poggi (una foto li ritrae tutti insieme a Palazzo Pitti), pare avere occhi solo per Ponte Vecchio, stando alla ricostruzione minuziosa, in punta di cronaca, di Edsel. Trasformando la fugace visita in una immersione di due ore tra quadri e monumenti (Hitler, in gioventù, avrebbe voluto fare il pittore ma fu bocciato all'Accademia di Vienna per tutta la vita si porterà dietro l'onta e il desiderio inespresso o, peggio, spesso malespresso). Dopo l'occupazione, parte il viaggio da sud verso nord degli Alleati, e con loro dei Monuments Men, e contestualmente dei tedeschi in ritirata. Passa da Siena, la «fortunata», perché stranamente considerata «artisticamente di minore interesse» dai nazisti, fino a Firenze e poi su oltre la Linea Gotica dove nel frattempo i tedeschi avevano portato la maggior parte del bottino artistico arraffato dove e come potevano. La caccia al tesoro si trasforma in battaglia furente, e talmente insidiosa da sopravvivere anche alla guerra stessa. E al passare dei decenni successivi. Perché, come racconta l'autore, non è ancora finita.