L'ITALIA perde posizioni nella ricchezza complessiva (prodotto nazionale lordo) fra le nazioni e addirittura va indietro anche in termini assoluti. È peraltro singolare che la discussione politico sociale non si ravviva attorno a questi temi che sembrano scorrere come un dato di natura. Lo storico a volte tenta di spiegare perché la decadenza cominci dalla metà degli anni Sessanta, quando non avvertimmo lo scivolamento che partiva dal primo insorgere della globalizzazione. Questa sarebbe stata, forse, meglio affrontabile già nel ventesimo secolo da posizioni di consapevolezza. Penso alla disfatta dei progetti tecnologici di frontiera come: l'elettronica di Roberto Olivetti, il nucleare di Felice Ippolito, la chimica di Natta e la strategia energetica a cui Enrico Mattei voleva associare i Paesi petroliferi. Si considerino poi la degenerazione dello Stato imprenditore, sempre più catturato da obbiettivi extra aziendali; la disastrosa nazionalizzazione dell'energia elettrica, allorché Guido Carli scambiò i pionieri dell'elettricità di inizio Novecento con i baroni elettrici della sua epoca; la vera e propria epidemia delle grandi aziende familiari, che non conoscevano la guida come Adriano Olivetti invocava di "mani adatte"; l'incapacità da parte del potere politico di governare il conflitto sociale dentro e fuori la fabbrica, inevitabile in un Paese nel quale diciassette milioni di persone avevano cambiato residenza, urbanizzandosi. Tutti ebbero le loro responsabilità: il maggior partito di opposizione il Pci che non seppe compiere scelte adeguate in un Paese che si stava drammaticamente modernizzando, il sindacato che non seppe misurarsi con le "compatibilità"; gli imprenditori che "al primo stormir di fronde" portarono i loro soldi all'estero e furono ben lungi dal dimostrarsi "classe generale". La maggiore colpevolezza però ricade sulle forze politiche che reggevano il governo del paese, queste espansero la sfera dell'intervento pubblico per motivi di consenso elettorale, quando, come fecero i tedeschi, avrebbero dovuto procedere a vaste privatizzazioni, e compartecipazioni. Negli anni Ottanta emersero nuovi imprenditori che furono definiti addirittura "condottieri" conquistando le copertine patinate di rinomati magazines stranieri, ma rimasero all'interno di un capitalismo senza regole e in un decennio bruciarono tutto il positivo che avevano dato facendo esplodere la prima "tangentopoli". Emerse allora la piccola e media impresa e i distretti industriali, dandoci l'illusione di aver conquistato una specificità tale nel panorama internazionale, da renderci invulnerabili. La globalizzazione ha spento anche questa illusione. Il Paese avrebbe dovuto essere il naturale destinatario di iniziative di imprese multinazionali le quali contribuiscono a sostanziali incrementi di reddito nei paesi dell'Europa meridionale. Dall'Italia, invece, se ne vanno per le inefficienze della burocrazia, per la devastante presenza della malavita organizzata, per la scarsa cura delle infrastrutture e, in particolare, delle reti di trasporto. Tutto ciò mentre il Paese mostra di non saper valorizzare le sue straordinarie risorse per il turismo, le sue bellezze naturali, i suoi beni culturali, anzi tende a distruggerli come nel caso del passaggio delle grandi navi nella laguna di Venezia. Tutti questi temi saranno affrontati da un agguerrito gruppo di studiosi della Normale di Pisa, coordinati da Franco Amatori che, nella ricorrenza degli Annali della Fondazione Feltrinelli prevista per il 2016, tenterà di ricondurre la materia a una discussione omogenea. L'ultimo saggio tra quelli coordinati da Amatori si pone l'obiettivo di argomentare la retro datazione del declino e "al tempo stesso, vuole interrogarsi sui caratteri di questo, che minaccia di diventare da relativo ad assoluto, da congiunturale ad epocale". "Ricchi per sempre?", si chiede Pierluigi Ciocca, o poveri senza riscatto? Non sembra una domanda stravagante.
PERCHÉ L'ITALIA SCIVOLA INDIETRO
L'Italia ha perso posizioni nella ricchezza complessiva rispetto ad altre nazioni. La discussione politico-sociale non si è ravvivata attorno a questo tema. Lo storico cerca di spiegare perché la decadenza iniziò negli anni '60, quando la globalizzazione iniziò a emergere. La decadenza è stata causata da vari fattori, tra cui la disfatta dei progetti tecnologici, la degenerazione dello Stato imprenditore, la disastrosa nazionalizzazione dell'energia elettrica e la vera epidemia delle grandi aziende familiari. Tutti hanno avuto le loro responsabilità, compresi il maggior partito di opposizione, il sindacato e gli imprenditori.
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