MALEDIZIONE d'Egitto. Per la Cina i rapporti con i faraoni si confermano difficili. Lo scorso anno Pechino scoprì di essere diventata incubo e barzelletta del vacanzificio globale: un quindicenne, commosso da Luxor, ritenne il muro del tempio, salvo per millenni, meritevole di esibire ai posteri gli ideogrammi del suo nome, scolpito al coltello: «Ding Jiahao è stato qui». Ora tocca alla sfinge di Giza. Una copia a grandezza naturale, retta da uno scheletro in cemento e acciaio, è comparsa nel parco dei divertimenti di Shijiazhuang, regione dell'Hebei. L'originale, risalente al Duemila avanti Cristo, fu eretto da generazioni di schiavi. Per la replica, dotata di amputazione nasale d'epoca, sono bastati quattro artigiani, una ruspa, due mesi e 1,5 milioni di dollari. Problema: il simbolo dell'Egitto è patrimonio tutelato dall'Unesco, e agli egiziani non garba farsi scippare gioielli che continuano a valere una fortuna. Se milioni di cinesi all'anno, invece di staccare il biglietto per Giza, ripiegano più modestamente su Shijiazhuang, anche le mummie di rivoltano nei sarcofaghi. Il Cairo questa volta non si è limitato a disperarsi. Il ministro per l'Antichità, Mohamed Ibrahim, ha annunciato una denuncia internazionale, con richiesta di danni: violazione di copyright faraonico. Per assuefazione la Cina non usa reagire a chi l'accusa di copiare, dalla scarpa all'aeroplano. Con l'Egitto però, ambasciatore dell'Africa che il capitalismo cinese ambisce colonizzare, non si scherza. Per la prima volta Pechino è stata costretta a porgere pubbliche scuse e ha promesso che la simil-sfinge verrà distrutta. Il governatore dell'Hebei si è spinto ad assicurare che «d'ora in poi i simboli universali della cultura e dell'arte saranno rispettati anche in Cina». Come dire: se è proibito copiare una borsetta, è comprensibile vietare anche la produzione in dustriale del Colosseo. Questione di business, che i maestri del falso monumento hanno nobilmente battezzato "duplitecture". I mecenati asiatici della falsa sfinge, 80 metri per 30, hanno abbozzato che si trattava solo di una scenografia per il cinema, da tenere in vita giusto il tempo delle riprese. Peccato che il film fosse nelle sale tre anni fa e che l'opera, per i tour low cost della nuova classe media cinese, si sia nel frattempo trasformata in una celebrità. Lo scorso anno i cinesi hanno superato americani, giapponesi e germanici, diventando la prima potenza del settore. Viaggiano all'estero, fedeli all'ordine di «sogno cinese» del presidente Xi Jinping, ma pure in patria. E se a tiro di pullman possono farsi fotografare davanti all'icona altrimenti reperibile in Europa, risparmiare l'intercontinentale è percepito come una virtù. L'altra Giza è del resto la punta dell'iceberg. Il "made in China" della bellezza altrui ha partorito centinaia di pezzi e il Paese, orgoglioso per la distruzione sistematica del proprio passato, pullula di Archi di Trionfo, torri di Pisa, Venezie, Tower Bridge L'idea è che arte antica e atmosfera occidentale scatenino lo shopping, più di profumo e aria condizionata: un tycoon delle costruzioni di Shanghai, per valorizzare il metro quadro, ha riprodotto un villaggio austriaco e uno svizzero, vendendo le Alpi lungo il Fiume delle Perle. Subalternità imitative di ieri. Perché oggi la Cina, quasi prima economia del pianeta, non può più permettersi le brutte figure del "fai da te" all'europea