Ma come? può argomentare il lettore con i venti di guerra, l'economia a scartamento ridotto, i tagli occupazionali ad ampio raggio, il welfare ridotto al lumicino, stiamo a discutere se convenga o meno investire in cultura da parte delle aziende? In effetti, il nostro interlocutore ha ragione da vendere ad anteporre il sentimento congiunturale di fronte ai"fastidi grassi" del rinvestimento culturale. Ma forse lo stesso lettore sarebbe uscito incuriosito dalla presentazione di una ricerca svolta dalla Bocconi e presentata lunedì scorso in Assolombarda.Una ricerca sul ruolo delle imprese milanesi nel sostenere la qualità e la fruizione nella cultura e nello spettacolo della nostra città, che mette in luce novità non scontate nella problematica. Innanzitutto dall'indagine emerge uno stretto parallelismo tra cultura e non profit. Come nel caso degli investimenti in solidarietà sociale, anche nel caso delle motivazioni che spingono ad investire in cultura, le imprese milanesi si snocciolano in diversi stadi di maturità,lungo un ciclo di vita che sottolinea un ruolo sempre più sofisticato, dal mecenatismo più elementare e primitivo all'integrazione sofisticata tra il processo economico e quello culturale. Troviamo, all'inizio dell'esperienza, molte imprese che considerano l'investimento culturale come un processo input output tra il sistema produttivo e l'ambiente esterno: tanto ti do e tanto prevedo di ottenere come ritorno della sponsorizzazione, dell'evento, dell'uso del marchio, e così via. Poi c'è un secondo gruppo di imprese che ha invece maturato un fabbisogno di visibilità istituzionale e ha innescato una strategia societàl di ordine superiore. Sono le aziende che vogliono essere presenti anche ai tavoli locali più rilevanti, dove si giocano dinamiche interpersonali non tanto legate ai prodotti e ai mercati, ma alla politica più ampia del distretto geografico. C'è infine un terzo gruppo di imprese quelle più consapevoli della rilevanza della cultura come "fattore produttivo"nell'economia postindustriale le quali hanno capito il processo osmotico tra i processi culturali e i processi d'impresa. Sono le aziende che producono beni stylebased, a forte intensità estetica, che erogano servizi con ampio contenuto emozionale. Sono le aziende dove la cultura e lo spettacolo può infondere fantasia e talento, identità e immagine, nuove sapienze organizzative. Quanto tutto ciò è aiutato dai meccanismi di defiscalizzazione, fortemente voluti dall'attuale ministro Urbani con l'art. 38 della Finanziaria del 2000? Ahinoi, molto poco, perché la deducibilità dell'imponibile per le imprese dei contributi in favore di istituzioni culturali non ha dato gli effetti sperati. Ma ciò che è emerso della ricerca è interessante: anche con una robusta campagna di comunicazione, è probabile che le imprese milanesi non avrebbero considerato l'incentivo fiscale come discriminante. La voglia di ritornare un po' di dividendi alla propria terra, attraverso sponsorizzazioni o musei d'impresa, e la consapevolezza del significato importante di includere la cultura nei propri prodotti sembra che all'imprenditore milanese paghi di più di ogni criterio di convenienza di breve termine.