L'ORDINANZA del Tar del 14 maggio scorso, che si pronuncia su un ricorso del Comune di Napoli del 2011 contro Provincia e Regione, sta per gettare lo scompiglio nell'urbanistica della Campania. Poiché riconosce fondata l'eccezione di costituzionalità avanzata, prefigura una pronuncia della Consulta che con altissima probabilità finirà per abrogare il Regolamento regionale numero 5 del 4 agosto 2011, col quale si era riformulata tutta la procedura di approvazione dei piani. Quelle modifiche alla legge regionale 162004 non potevano essere apportate con regolamento, ma era necessaria una nuova legge e questo vizio formale di base, poiché è sufficiente a far cadere il provvedimento non obbliga il giudice a esprimersi sugli altri rilievi avanzati attinenti all'ingerenza nei poteri comunali. Perciò non ci possiamo avvalere di giudizi sulle questioni più controverse come l'obbligo di redigere i piani urbanistici comunali entro i diciotto mesi dall'approvazione dei piani provinciali oppure l'imposizione delle zonizzazioni provinciali o del valore paesaggistico degli elementi strutturanti. Dopo la prevedibile pronuncia della Consulta, ci sono due opzioni possibili: lasciare che la decadenza del regolamento rimetta in vigore le norme abrogate, oppure portare avanti quella necessità d'innovazione che aveva espresso con la modifica alla legge urbanistica regionale. Questa seconda strada, più coraggiosa, è anche quella più convincente. Si avrebbe l'opportunità di mantenere in vita quello che si è mostrato utile nella pratica e continuare ad apportare i miglioramenti che si rendono necessari per i limiti riscontrati nell'ultima fase. Serve un bilancio approfondito e meditato col quale compiere un altro passo avanti per migliorare il governo del territorio. Non si può negare che con il 2011 è scattata una nuova fase dell'urbanistica in Campania come non era riuscita a decollare prima, neanche con la legge 162004. Sono stati approvati quattro su cinque piani provinciali, fatta eccezione della sola Napoli, e un numero molto rilevante dei Comuni di quelle province hanno in corso la redazione dei piani comunali. Non abbiamo dati ufficiali, ma alcune stime arrivano al 70 per cento dei Comuni. Un tale attivismo non si vedeva da alcune decadi e non si tratta solamente dell'obbligo sancito nel regolamento con la relativa pena, molto grave, della decadenza degli strumenti vigenti. Un ruolo importante va riconosciuto anche alle Provincie che hanno sviluppato una intensa opera di indirizzo, accompagnamento e formazione rivolto specialmente ai piccoli Comuni tanto carenti in risorse tecniche e finanziarie. Sorprendente è stata anche la spontanea assunzione del piano strutturale della provincia da parte di alcuni Comuni, opportunità molto criticata perché ritenuta invasiva dei poteri comunali. Per alcuni, al contrario, è stato considerato un aiuto e una semplificazione amministrativa. Il che non è sufficiente a dissipare le preoccupazioni, perlomeno finché non siano chiariti i contenuti e le procedure delle componenti strutturali e programmatico operative. Anche su questo argomento, la scappatoia del regolamento si manifesta particolarmente debole perché si tratta di definire contenuti precisi e stabilire valore cogente delle relative norme. Nonostante i molti limiti, dovuti tanto all'impreparazione dei tecnici quanto alla sottovalutazione dei politici, la valutazione ambientale strategica si è insediata nel procedimento di piano e sempre di più diventerà il criterio di selezione delle trasformazioni. Forse non se ne vedranno gli effetti nell'immediato, perché la sua efficacia dipende molto dalla partecipazione e attivismo della cittadinanza che non dalla responsabilità degli amministratori. Non è solamente l'aspetto ecologico a poter migliorare con lo sviluppo della democrazia locale proprio come la ricorrenza dei processi di pianificazione può aprire quei fori di dialogo civico capaci di vivificare le comunità locali. Molto meno convincente è stata tutta l'operazione della distribuzione dei carichi insediativi. Criteri troppo labili e studi poco condivisi né legittimati dalle assemblee elettive hanno lasciata troppa discrezionalità mentre rinunciavano a un progetto di riequilibrio regionale. Poiché è stata anche la leva maggiore d'indirizzo, dispiace prevedere che avrà solamente l'effetto di assecondare le tendenze in atto senza tentare d'introdurre un qualche correttivo come la riduzione del consumo di suolo, la concentrazione dell'urbanizzazione intorno ai nodi di trasporto pubblico di massa o la priorità alla riconversione delle dismissioni. È dimostrabile come il metodo adoperato produrrà effetti in direzione opposta. C'è poi da scrivere tutto il capitolo della pianificazione metropolitana affinché l'abbandono della provincia non sia puramente nominalistico. Potrebbe essere provvidenziale la convergenza tra l'azione dei giudici amministrativi e della riforma degli enti locali, con l'istituzione della città metropolitana, come una raddoppiata pressione per una riforma dell'urbanistica regionale.