L'Arpav: «Abbiamo anche i cavallucci, rari» VENEZIA Non sarà Atlantide, però il fondale marino dell'Adriatico non si è fatto mancare niente. Ci sono relitti di navi, anfore, lance ed altri reperti dell'epoca romana, oasi paragonate ai «reef» tropicali, pesci di ogni tipo e purtroppo anche scarti, come spazzatura e bombe sganciate dagli aerei americani durante la guerra in Kosovo degli anni Novanta (all'epoca il Comune di Chioggia denunciò 50 miliardi di lire di danni). E proprio alla primavera del 1992 risale la scoperta, da parte di quattro sub di Pordenone, di un'imbarcazione romana lunga 23 metri e larga nove perfettamente conservata a 25 metri di profondità al largo di Caorle. Un guscio naturale protegge l'imbarcazione e il carico di centinaia di anfore, in buone condizioni e probabilmente usate per trasportare vino, che hanno consentito di datare il relitto tra la fine del II e l'inizio del I secondo d.C. Sempre nel mare di Caorle sono stati trovati attrezzi e oggetti attinenti la vita marinara (ancore, vasellame, punte di frecce) che portano gli esperti a pensare alla presenza nell'Adriatico di altri, numerosi relitti di imbarcazioni grandi e piccole, romane e post-classiche. Del resto nel 2000 è stata ripescata nel Bacino dell'Arsenale una «peata», tipica barca veneziana da trasporto del peso di 20 tonnellate, mentre nelle acque antistanti il litorale del Malamocco è apparso un carico di una piccola nave del XV-XVI secolo, oltre a muri perimetrali delle attuali isole della laguna, ceramiche e graffiti. Insomma, il mondo sommerso è un pozzo di tesori, molti dei quali non denunciati da «subacquei abusivi» alla ricerca di pezzi pregiati da rivendere a collezionisti o musei. Ci sono vetri, manufatti in legno, frammenti di mosaici, vasellame, frammenti di mattoni e tegole risalenti all'epoca romana, perfino resti di argini dell'età medioevale. E poi ci sono le tracce dell'uomo moderno, molto meno suggestive: mozziconi e filtri di sigarette, bottiglie, vecchie reti da pesca, sacchetti di plastica, catrame, recipienti metallici e rifiuti ingombranti come elettrodomestici e sanitari: ultimamente è affiorato perfino un bidè. «Purtroppo è la verità, aggravata dalla cattiva abitudine dei pescatori di usare come discarica l'area più bella dell'Adriatico, nella quale non potrebbero entrare spiega il professor Giuliano Bellieni, docente di Petrografia e Petrologia del Dipartimento di Geoscienza dell'Università di Padova e cioè la zona a tutela biologica lungo le coste prospicenti Chioggia. E' un paradiso del mare, che non ha nulla da invidiare ai reef tropicali ed è famosa per le Tegnùe, formazioni rocciose note dall'antichità perchè trattengono le reti da pesca. Nel tempo sono diventate una sorta di nursery per tutti i tipi di pesci, che qui trovano da mangiare, e creano uno spettacolo di colori senza uguali, perchè ricche di vegetazione, coralli, stelle marine, alghe, anemoni, spugne». Una culla che offre riparo a ricci, paguri, astici, stelle e piccoli pesci e sfama anche banchi di merluzzetti e branzini. I Comuni di Chioggia e Caorle hanno ottenuto dal ministero dell'Agricoltura il riconoscimento di zona di tutela biologica, proprio per preservare la biodiversità del loro territorio. In più domenica Legambiente lancia l'edizione 2014 di «Fondali puliti», operazione di ripescaggio dal mare delle schifezze di cui parlavamo prima. Tornando al popolo di Tritone, le acque che incorniciano il Veneto sono state definite dalle ultime rilevazioni Arpav in buona salute, tanto che ci vivono felici delfini, tartarughe Caretta Caretta, granchi, aragoste e cavallucci marini, questi ultimi generalmente rari in Adriatico. «Conduciamo monitoraggi costanti per verificare se ci siano elementi biologici tipici conferma Paolo Parati, dell'Arpav e possiamo dire che i fondali dell'Adriatico entro le tre miglia dalla costa hanno una connotazione biologica elevata. Ovvero l'ecosistema non denuncia problemi». Niente a che vedere dunque con la strage di delfini e tartarughe Caretta Caretta causata nelle acque della Croazia dalle ispezioni della «Spectrum», azienda alla ricerca di metano e greggio intrappolati nelle rocce, che ogni 10 secondi emette un muro di onde sonore fino a 260 decibel. Rumore che, insieme alle sostanze chimiche usate per oliare le trivelle, ha ucciso 14 delfini (trovati con l'apparato uditivo distrutto) e 12 tartarughe. Nell'intestino di sei di queste ultime, analizzate all'Università di Padova, sono stati rinvenuti cloro e antibiotici. Ecco perchè i 16 giacimenti al largo di Chioggia sono stati sigillati dal governo, che ne ha previsto l'uso solo in caso di gravi crisi o guerra.