Nel linguaggio, «architetto» non prevede declinazioni al femminile. Ma per quanto Gae Aulenti detesti che le si chieda se per una donna diventare una star in quel campo sia più difficile, bisognerebbe sessuare il termine anche solo per lei, e allora la parola «architetta» non potrebbe che far pensare a lei. Signora dall'aria austera e elegantissima, non meno delle forme architettoniche che predilige, è una delle poche donne ad aver lavorato come designer già nel dopoguerra. Ha raggiunto la fama grazie a uno stile originale, innovativo, senza orpelli e ornamenti, che riflette il canone ideato all'inizio del secolo scorso da Alfred Loos, autore nel 1908 del geniale motto (e titolo del suo saggio) Ornamento e delitto. Così, prive di concessioni al decorativismo sono anche le opere napoletane più importanti di Gae Aulenti, le due stazioni del metrò del Museo e di piazza Dante. Qualcuno ha mostrato di non gradire proprio quell'essenza scarna tanto inconsueta per Napoli. E invece, come l'architetta spiega in quest'intervista, quel canone coincide con la sua idea della città, dove afferma di aver realizzato le sue opere con gran facilità. A differenza di quanto è avvenuto in altre città italiane, dove spesso Gae Aulenti ha trovato complicazoni e intoppi burocratici. «Lavorare a Napoli è stato meraviglioso, nient'affatto difficile», dice l'Aulenti. «A rendere complesse le cose, in Italia, sono di norma le procedure dei concorsi, che si possono vincere oppure no - ma se si vincono non è detto che si arriverà alla conclusione del progetto - e poi l'assenza di programmazione economico-finanziaria, la quantità di rinvii e intoppi burocratici. Nulla di tutto ciò nella mia esperienza a Napoli, niente intoppi, niente equivoci. C'era il lavoro della metropolitana già programmato nei dettagli, si sapeva perfettamente che cosa si desiderava. Allora Bassolino era sindaco e Marone, il vicesindaco, aveva l'incarico di seguire direttamente il progetto e faceva di tutto per rendere più fluide le cose. Le due stazioni che ho progettato rientravano in un programma economico-finanziario già definito». Le stazioni di Dante e del Museo sono due suoi interventi che hanno portato a Napoli la sua visione di un'architettura priva di sovrapposizioni. Quali sono state le idee guida? «Sono partita da quel che c'era "fuori" delle stazioni. Alla stazione Dante ho cercato di lasciare la piazza così com'era partendo dal clamoroso contesto vanvitelliano, rivedendola in funzione della geometria dello spazio e dei servizi intorno e mettendola in relazione al carattere forte di Port'Alba. Con analoghe modalità, lasciando il più possibile le strutture com'erano e riordinandole per la vita quotidiana, ho operato anche al Museo, anche più difficile dal punto di vista della geometria, con preesistenze così forti e clamorose da doverne tenere necessariamente conto». Nei suoi lavori si evidenzia la sua preferenza per l'idea architettonica di Adolf Loos, per cui l'«ornamento è delitto». Ma in città come Napoli gli elementi decorativi non possono essere utili come segno di riconoscibilità? «Io penso di no. Napoli è un deposito di segni stratificato nei secoli, fino alla modernità. Constatarne le compresenze non vuol certo dire l'obbligo a percorrere la stessa strada del passato. La filosofia di fondo dell'oggi è diversa. E riguardo alle due stazioni di Museo e Dante, non potevano esserci compresenze stilistiche, ma considero essenziale la collocazione negli edifici pubblici di opere d'arte. Beninteso, non sto certo dicendo che la decorazione nel metrò sia riservata all'arte: architettura e arte si sono integrate, nel rispetto delle differenze di linguaggi di artisti come Kosuth, Pistoletto, De Maria, Kounellis, Alfano, e con le foto di Mimmo Iodice. Nelle due stazioni non c'è architettura decorata perché la forma individuata, e soprattutto i materiali usati, non si prestavano al decoro. E le opere d'arte, selezionate da Achille Bonito Oliva, hanno a loro volta una funzione propria, che non è di tipo decorativo». Che sentimenti le ha provocato cimentarsi come architetto in una città così stratificata, con tanti segni e stili sovrapposti, da quelli antichi ai vanvitelliani, al barocco al modernismo? «Napoli mi è sempre piaciuta moltissimo per i suoi depositi culturali e architettonici, per la sua vitalità di luogo incastonato in un Sud intriso di mediterraneità. Reca, tra gli altri, i segni di molti problemi, ma quale città non ne ha? Per un architetto nessun luogo è uguale a un altro, e dunque lavorare a Napoli è stato differente che lavorare altrove. Si tratta sempre di cogliere un senso che va dal generale al particolare, e questo avviene in una fase preliminare di ricerca e di sintesi espressa nella realizzazione finale». Che giudizio dà delle architetture di età borbonica? Che cosa salva e che cosa butterebbe via? «No, non c'è nulla da buttar via. Non esiste un'architettura che tolga fiato alle altre. Si tratta di un insieme compiuto, di una città sviluppatasi nel tempo con energie da grande capitale, e con tonalità architettoniche molto alte». Un quartiere come Scampia, con le sue Vele, è assurto a emblema del degrado: Crede che le cattive architetture possano determinare cattivi contesti sociali? «È difficile rispondere in breve a questa domanda, che è argomento di molti libri. In sintesi, io penso che non sia mai corretto attribuire all'architettura la responsabilità dei contesti sociali. Il procedimento dovrebbe essere questo: stimolare prima un contesto sociale. Dietro le Vele, probabilmente c'era un'idea troppo astratta, che prescindeva dal contesto. Ma poi, in una città, un architetto non è mai solo. È sempre affiancato dall'amministratore pubblico. Insomma, bisogna togliersi dalla testa che un'architettura esprima il disagio sociale. Disagio è l'architettura tecnicamente malfatta, la balaustra che non regge, l'intonaco che cade. E dove c'è una comunità funzionante, deve esserci anche manutenzione. Le faccio un esempio: a Brera in questi giorni c'è un impegno diretto degli abitanti a tenere il quartiere pulito. Lì si fa con orgoglio. Insomma, l'architettura, soprattutto se pubblica, è un lavoro integrato con gli amministratori, con quelli che politicamente hanno la responsabilità della comunità». Lei ha lanciato un importante manifesto anticondono. Ritiene che a Napoli potrebbe mai ripetersi una speculazione come quella del laurismo? «Speriamo proprio di no. Io considero il condono un atto amministrativo negativo quant'altri mai poiché induce il cittadino a violare le leggi dei buoni comportamenti sociali, a costruire edifici senza permessi e fuori di ogni regola, alterando l'essenza della città, che dev'essere luogo della cultura della vita». Immagini di ridisegnare Napoli: da dove comincerebbe e che tipo di città farebbe? «Non si ridisegna una città nel suo complesso, la si disegna per parti tenendo conto della sua storia profonda e della sua tradizione».