BIFFI Gentili, mi dà la sua definizione di cultura? «Al massimo posso dire che cos'è per me la politica culturale. Prima di tutto, é cultura del progetto». Cioè? «Un progetto culturale deve produrre senso e dissenso». Non consenso? «L'idea di cultura come produzione di consenso porta a una sorta di pornografia, che si è accentuata negli ultimi anni. La vera cultura, invece, deve avere la capacità di mettere in discussione lo stato delle cose. Se c'è una crisi, vuol dire che qualcosa non va. Bisogna capire che cos'è, affrontarlo e risolverlo, tagliando ciò che si deve tagliare». Non è una questione economica di carenza di fondi. «No. Quando parlo di attività produttiva, intendo una progettazione culturale autonoma e originale, dalle mostre ai progetti formativi. Mentre oggi c'è solo marketing e distribuzione di marchi culturale: prendono qualcosa che sanno di richiamo e la ripropongono. Invece bisognerebbe proporre iniziative che guardino al futuro». Che cosa possono fare gli amministratori? «La prima cosa è sanare una situazione scandalosa: devono pagare i debiti che hanno con gli operatori culturali. In certi casi hanno appena saldato i debiti del 2012. Poi devono valutare se non sia il caso di cambiare atteggiamento». Che cosa intende? «Ci vuole coraggio, ma potrebbero ragionare su un'ipotesi di rottamazione e sostituzione di certe iniziative culturali che ormai hanno perso senso». Quali? «Beh, alcuni musei, alcune mostre o eventi, potrebbero essere risanati, chiusi e trasformati. Forse è il caso che vivano in rete e si aprano solo in certe occasioni e con un'attività più concentrata. Ad esempio, trovo poco logica la vicenda del Mao, il Museo di Arte Orientale: è costato molto, ha grandi difficoltà, non ha possibilità di espansione. Dobbiamo uscire da logiche tradizionali di pura conservazione. Dobbiamo cambiare punto di vista e osare piccole grandi rivoluzioni ». Argomento spinoso e molto attuale, quello della rottamazione e del cambio delle vecchie abitudini. «Non c'è dubbio che, nella situazione data, ci sia un eccesso di offerta a Torino. C'è una sorta di attrazione quantitativa, di nevrosi di consumo con livelli di attenzione piuttosto basso. Soffriamo di un eccesso di consumo e di spreco. Bisogna ridurre, riqualificare e ridistribuire la programmazione culturale. Durante una crisi, quando ci sono meno risorse, non si tratta di dare meno fondi a tutti, ma di riqualificare la spesa e concentrare gli investimenti su certi prodotti, abbandonandone altri». Qual è la sua proposta concreta? «Adesso le rispondo. Ma le sembra possibile che nel 2015 rischiamo di avere ancora una volta una mostra sull'arte povera e qualcosa che c'entra con Slow Food? Mi pare un atteggiamento di assoluta conservazione. Ma è possibile che l'Italia sia diventato un paese di sarti, cuochi e camerieri? Non discuto che siano importanti, ma non bastano. Per forza che poi diventiamo succubi del mercato, e una fiera pur importante come Artissima viene messa sullo stesso piano di Rivoli: abbiamo perso la capacità critica di valutare la natura delle iniziative culturali. Per certi amministratori una realtà di mercato assume la dignità di un museo». Lei cosa propone? «Un confronto organizzato sulle politiche culturali. Manca da un sacco di anni. C'è un pensiero unico non più sopportabile. Ci vuole un dibattito sulle linee di fondo e sui progetti culturali per ridiscutere l'immagine della città e il suo futuro. Non voglio parlare solo di mostre, ma anche dei grattacieli e della Tav. Il problema non è solo di qualche festival o dei dj, ma sulle questioni che condizionano molto più radicalmente le nostre vite. Per esempio, trovo questa storia dei grattacieli, venduta come modernizzazione e adeguamento di Torino al resto del mondo, frutto di una mentalità novecentesca. E sulla Tav voglio discutere se per forza il dissenso debba essere considerato criminale. Questo c'entra con la cultura più di un singolo concerto. Ovvero: come si può rispettare il dissenso?». Sta dicendo che la cultura ha bisogno di conflitto. «La cultura è conflitto. Proprio in un momento di populismo, di frustrazione e di insensatezze, le pubbliche amministrazioni non si rendono conto della necessità di riaprire il conflitto culturale. Conservando e non cogliendo il nuovo, regalano spazi giganteschi a una sorta di eversione dequalificata, non ancora pericolosa oggi, ma non so fino a quando. Bisogna trovare le condizioni per permettere ai pensieri diversi di esprimersi. Non ammettere il dissenso è inammissibile culturalmente».